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Archivi tag: occhi a cuoricino

My trip’s diary-Day 25

Qua non ci si può proprio lamentare 🙂 

Stamattina siamo andate a Port Fairy, quello che non si sa quando (immagino qualche anno fa) è stato dichiarato il villaggio più vivibile al mondo. In effetti sembra molto carino e tranquillo. Noi facciamo qualche foto alla spiaggia e al Moyne River, poi andiamo a fare una lunga passeggiata a Griffiths Island. Di cui (sì, anche di quella….) mi sono innamorata 🙂 È un’isoletta così tranquilla, quieta, estremamente selvaggia e, boh, così bella. L’unico neo è che che c’era un vento terribile, ma vabbè. Abbiamo camminato lungomare, poi sulla spiaggia e in mezzo ai cespugli insieme a un wallaby, poi abbiamo raggiunto il faro e siamo tornate indietro dall’altra parte. Solo quattro colori: il verde dei cespugli, il bianco/oro della spiaggia, il nero delle rocce, il blu del mare. Tutti in successione, tutti così vividi sotto a questo sole e a questo cielo terso. Io mi fermavo ogni tanto a pregare i miei occhi di non dimenticarsi mai di quello che vedono. 

Dopo, abbiamo ripreso la macchina per raggiungere la Tower Hill Conservation Reserve, dove abbiamo pranzato (in macchina come le solite barbone che siamo) e poi siamo partite in esplorazione. Abbiamo fatto il sentiero lungolago e io ero un po’ in tensione per i serpenti. E infatti uno ne è passato, ho fatto in tempo a vederne la coda e ho fatto un salto e lui è scappato. 

Non mi piace. Non mi piace per niente! 

Raggiungiamo il punto informazioni e da lì, dopo aver avvistato un altro koala dormiglione su un albero e una decina di emu che se la spassavano nella radura, ci siamo fatte un paio di lunghe camminate in mezzo alla foresta, avvistando però niente più che un sacco di uccelli. E un altro cazzo di serpente. Che mentre io e Kara eravamo lì a chiacchierare a un certo punto ci giriamo e c’era Fra che faceva le foto ma nel mentre si stava cagando sotto. E io volevo scappare ma anche vederlo e quindi ero lì indecisa, e alla fine sono andata a vederlo. E poi però sono scappata, eh. 

Dopo queste grandi camminate tra alberi e animali, siamo tornate alla civiltà, dicesi Portland, per fare una bella doccia all’aperto (dicesi al vento), e poi siamo venute a dormire in una specie di foresta, e cenato con strani uccelli che rubano il cibo e con un piccolo wallaby che ci guarda. 

Si può fare! 

















































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My trip’s diary-Day 24

Questa è stata probabilmente la giornata più ricca e più bella vissuta fino ad ora, in termini di Bellezza. Perché ci sono cose che la natura fa e che ti riempiono il cuore e gli occhi di felicità da quanto sono belle, e oggi ne abbiamo viste parecchie in successione!! 

Questa è la parte più bella della GOR. Noi ci siamo svegliate con la ramanzina dei ranger e, nonostante il tempo nuvoloso e incerto, siamo corse di nuovo dagli Apostoli per vederli alla luce del mattino. È fantastico camminare lungo il sentiero, svoltare l’angolo e all’improvviso ritrovarteli li, questi giganteschi monoliti che spuntano da un’acqua azzurrissima. L’erosione del mare e degli agenti atmosferici hanno contribuito a rendere la parete di queste rocce molto disomogenea, e a ogni cambiamento di luce la vista sembra sempre un po’ diversa. È un posto davvero unico e, nonostante avessi visto le foto centinaia di volte, solo quando ci sei capisci la sua grandezza e la sua maestosità. È il perfetto esempio della Grandezza con la G maiuscola dell’Australia. È forse uno dei miei posti preferiti del Paese finora. 

Le nuvole non ci fermano e proseguiamo di nuovo verso Port Cambell. In meno di 20 chilometri, sempre all’interno del Port Campbell National Park, ci sono decine di cose belle da guardare. Ci fermiamo prima in una parte dove si possono ammirare alcune formazioni rocciose davvero bellissime: Razorback e il fantastico Loch Ard Gorge, una spiaggia incastonata in alte pareti di roccia, dove noi ci siamo divertite a fare centinaia di foto mentre saltiamo (sorvoliamo sul fatto che io non sono capace di fare la foto al momento giusto, e vabbè). 

Ci fermiamo innumerevoli volte, per vedere tante altre formazioni rocciose mozzafiato, come il London Bridge (che ormai da più di vent’anni non è più un bridge), the Arch e the Grotto, dopo una pausa pranzo sul lungomare di Port Campbell. 

Dopo una breve sosta a Pererborough e qualche foto alla Bay of Martyrs (dove siamo state 34 secondi perché c’era un vento pazzesco), ci siamo mosse verso Worrnambool, una cittadina che io aspettavo tanto per il Big Millshake che però è stato estremamente deludente. Ci siamo allora fatte una passeggiata intorno al Lake Pertobe, dove c’è un bel prato con il parco giochi, un labirinto e tanta pace. 

E poi a dormire in un buco di paese chiamato Yambuk, in uno spiazzo verde vicino allautostrada e a un bagno chimico. Ma con un tramonto niente male!! 

E gli occhi me li sono riempiti alla grande pure oggi 🙂 






































































































My trip’s diary-Day 23

Si va avanti lungo questa niente male Great Ocean Road! 

Colazione a Lorne in riva al mare, poi un salto a Separation Creek è un bel bagno a Apollo Bay, con questa spiaggia lunga lunga e niente male (anche abbastanza deserta, prima dell’arrivo dell’orda di cinesi). Pranziamo sulla spiaggia e poi ripartiamo lungo la costa e poi verso l’interno, in mezzo al Cape Otway National Park. Questo posto pare perfetto per avvistare koala in the wild, così noi iniziamo ad aguzzare la vista appena la strada si inerpica nella foresta. Ma non vediamo proprio un bel niente. Poi però per fortuna esiste la gente. Quella che si ferma sul ciglio della strada e guarda in su. Lì pensi: o sono matti, o su quell’albero c’è un koala. E quindi ci siamo ritrovate a non guardare più gli alberi, ma semplicemente a fermarci dove c’erano altre macchine (Ahahahah l’apoteosi della sfigaggine) e così abbiamo visto quattro meravigliosi, pelosi, sonnacchiosi koala ok giro per il parco! Tanto bellini è molto molto in the wild 🙂 

Abbiamo raggiunto la parte del faro, salvo poi scoprire che per vederlo da vicino si doveva pagare (e non proprio bruscolini..20 dollari cazzo), così abbiamo fatto una camminata e siamo tornate indietro. 

Dopo una breve sosta a Lavers Hill, dove ci sono un benzinaio (cioè, una solitaria e polverosa pompa di benzina), un café è una baracca (ma anche uno stupendo pannello con degli animali australiani disegnati sopra e il buco al posto della faccia di un canguro e di un koala, dove noi abbiamo perso circa 20 minuti a far foto…..), ci siamo spostate verso Port Campbell e ci siamo ritrovate nel Port Campbell National Park, e a pochi chilometri dai 12 Apostoli. E che fai, non ci vai?? Sapevamo che non valeva molto la pena vederli di sera perché sono contro sole e veniva fuori una sorta di black Apostles, ma visto che ci siam passate davanti…. È così abbiamo trascorso una mezz’ora in questo posto meraviglioso che vabbè io vorrei piangere da quanto è bello e però non dico niente perché domani me lo godrò di più e quindi basta sto zitta e ma quanto cazzo è bello quel posto?????? 

Raggiungiamo infine Port Campbell e ceniamo quasi sulla spiaggia. Poi (una volta scaricata Kara che stanotte dorme in mezzo al nulla, io non so come diavolo faccia a non essere terrorizzata), sistemiamo la macchina, facciamo il letto è tutto… Per poi accorgerci che non si poteva dormire li. E quindi a bui inoltrato vai a cercare un altro posto…. Morale della favola, siamo in un parcheggio per camion, una sorta di piazzolone di sosta sterrato sul ciglio della strada, buio pesto e una macchinata di cinesi caotici a 20 metri da noi. 

Va tutto bene!!!! 

























































My trip’s diary-Day 16

E rieccoci sul continente.. Pronte per un’altra isola, però! Ma prima il racconto di una scena esilarante (a ripensarci ora) e delirante (cosa che effettivamente è stata).
Stanotte abbiamo dormito in traghetto ed eravamo tutte belle contente della nostra cabina con tanto di bagno. Arriviamo, ci facciamo una bella doccia (vera, calda, senza costume…), mangiamo, guardiamo qualche puntata di una serie che dovrò vedere quando torno, e poi belle belline ci mettiamo a letto soddisfatte. Un letto vero (più o meno) dopo più di due settimane!
La cabina era da 4 e a metà serata era arrivata una signora sulla cinquantina che aveva lasciato le sue cose e se n’era andata. Verso mezzanotte la signora torna e si mette a dormire. Beh, non la faccio lunga. Alle 2.10 io e Fra siamo sveglie, con gli occhi sbarrati e i nervi a fior di pelle, per questa signora che russa come un trombone. Una cosa davvero mai sentita!! Ovviamente siamo super nervose e continuiamo a sbuffare e a fare mille rumori per cercare di farla svegliare. In un’ora e dieci (un’ora e dieci di notte in queste condizioni è veramente un sacco di tempo…..) siamo passate dal nervoso alle risate isteriche, dai colpi di tosse prolungati alle chiacchiere ad alta voce, fino a che io, presa dallo sconforto, ho iniziato a urlare alla signora di cambiare posizione perché stava russando come un animale. Ma lei nulla. Alla fine Fra si è messa a mangiare i crackers, e quel rumore deve averle messo in moto qualcosa nel cervello, perché si è messa sul fianco e ha smesso di russare. Noi tutte belle contente ci rimettiamo a letto, io cerco di placare il mal di testa e di farmi tornare il sonno… Piano piano le palpebre si chiudono e, proprio quando cado in dormiveglia… Ecco che riparte di nuovo!!! Sono le 03.40. Russa così forte che una cosa del genere non l’avevo mai sentita. Al colmo della frustrazione mi tappo le orecchie con le mani, e le lancette che segnano le 04.30 sono le ultime cose che vedo. Fino a quando, alle 6 in punto, l’altoparlante ci sveglia. Bella nottata di merda! E in tutto questo, Kara si sveglia alle 06.15 chiedendo: ma l’altoparlante era la sveglia?? BUONGIORNO cazzo!!
Ma vaaaaaa bene, noi siamo contente lo stesso, o no?? Si va a Phillip Island!! 🙂
Famosa per il circuito del gran premio e per i pinguini, Phillip Island si trova a circa 100 km a sud-est di Melbourne. Noi arriviamo a metà mattina e ci buttiamo subito nelle nostre camminate panoramiche, nonostante il tempo lasci un po’ a desiderare (ma per fortuna dopo andrà molto meglio!): prima di tutto una camminata, un po’ sulla spiaggia è un po’ sulla costa, al Cape Woolmai State Fauna Reserve, dove facciamo una mezza litigata con Kara (che se l’è presa perché noi parlavamo in italiano, sicuramente male di lei. Lei però era a 50 metri avanti a noi e non capisco perché avremmo dovuto parlare inglese. Inoltre era una delle poche volte in cui non parlavamo male di lei effettivamente ahah, aaaah la gente di 30 anni!!!), e dove abbiamo raggiunto i Pinnacles. Un posto davvero stupendo e dai colori fantastici!
Abbiamo guidato un po’, fermandoci a fare qualche foto con il Big Koala e al circuito, e poi un’altra camminata fino a Pyramid Rock, altrettanto bello. Abbiamo poi raggiunto Kitty Millers Bay, dove io e Kara abbiamo provato a camminare un po’ sul fondale lasciato dalla bassa marea per raggiungere un qualche relitto, ma i sassi acuminati e le pozze d’acqua ci hanno fatto desistere dopo un po’. Però come colpo d’occhio niente male!! Decidiamo poi di raggiungere la punta più a ovest, The Nobbies, dove di solito si riuniscono le foche. Noi non ne abbiamo vista neanche una (eppefforza), ma ci siamo rifatte con letture interessanti e, soprattutto, con una camminata sul promontorio. Il vento ha rotto abbastanza il cazzo, ma la vista era bellissima, con il Blowhole, le rocce scure e la vegetazione verde e arancione. Mi è piaciuto moltissimo e ho fatto davvero tante foto (con la fotocamera, quindi su sto blog poca roba!!). Dopodiché siamo tornate indietro al Swan Lake. Come lago ci ha deluso un po’ tanto (una mezza palude in realtà… Ma i cigni neri c’erano, quindi il nome perlomeno l’hanno azzeccato). Ma poi è successo che sul sentiero al ritorno stavo camminando e a un certo punto mi fermo di botto e le altre due quasi mi vengono addosso e lui è li a 10 metri da noi: un’echidna!!! Un animaletto bellissimo, una specie di riccio con il becco. Chi sa anche solo qualcosina sugli animali australiani non può non amare l’echidna!! E quindi nulla, ci siamo avvicinate a pochi centimetri e l’abbiamo ammirato, in silenzio per paura che scappasse e con un sorriso enorme. Io aaaaamo gli echidna!!
Abbiamo cucinato (non l’echidna), e poi siamo andate alle Penguin Parade. In realtà abbiamo cazzeggiato due ore perché l’evento era alle 21. Alle 20.15 eravamo già sugli spalti a congelare, ma contentissime!! Praticamente, si tratta di una spiaggia dove i pinguini arrivano naturalmente e dove sono stati costruiti delle casette per loro (perché gli animali distruggono quelle che i pinguini si costruiscono da soli) è un centro di recupero. Assistono i pinguini e li pesano e li monitorano per vedere se tutto va bene. Ovviamente c’è nato sopra un business di nulla, col negozio, il ristorante, i tour e, ovviamente, la Penguin Parade. Così alle 21 circa, centinaia di persone sugli spalti e i primi gruppetti di pinguini escono dal mare, si scuotono, osservano, poi partono di corsa, sempre in gruppo. Si fermano, osservano, poi ripartono. Di gruppetti ne sono usciti a decine dall’acqua, e come si muovono quando corrono vabbè, è una cosa eccezionale! Io ero con gli occhi a cuoricino e non sapevo più dove guardare. Illuminati solo da un lampione, vedevi queste macchioline bianche e nere che si muovevano veloci e goffe sulla sabbia dorata, a volte inciampando, belli tondi con le pance piene di pesce, sembrava che facessero a gara. Poi, prima di andare verso le loro casette,devono passare in un piccolo tunnel dove gli addetti li mettono su una bilancia per prendere nota delle variazioni di peso. E loro, giuro, se ne stavano lì fermi, ad aspettare il loro turno in fila. Semplicemente adorabili!! Ma il momento migliore è quando ci siamo alzati e, stando sulle passerelle, li vedevamo andare ognuno verso la propria casetta (che poi, come facciano a sapere dov’è chi lo sa). Ce n’erano davvero tanti, alcuni li abbiamo visti da vicino, cosini alti circa 30 centimetri, è davvero buffi: camminano sculettando, si fermano e si guardano intorno, poi si grattano un po’ e si leccano le piume. Se ne stanno lì a contemplare chissà cosa per parecchi minuti, poi fanno qualche altro passo. Tutt’intorno, il buio si riempie dei loro verso assordanti: siamo finalmente a casa!! E io mi sono innamorata perdutamente di ognuno di loro 🙂
Ancora sorridenti come ebeti per tutte le bellezze di oggi, usciamo dall’isola (riesco a vedere le Big Cows e la Big Wave al buio) e ci fermiamo a dormire in un parchetto a Bass.
Io l’ho già detto che amo l’Australia????????????

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Whitsundays, parte 2

Le Whitsunday Islands devono il loro nome all’esploratore James Cook (ben noto a chiunque si interessi minimamente alla storia dell’Australia) che, nel 1770, nel corso del suo giretto intorno a Australia e Nuova Zelanda, scoprì questo meraviglioso arcipelago (e la sua nave si incagliò nella Great Barrier Reef). In realtà, egli non attribuì questo nome alle isole, ma piuttosto allo stretto sul quale navigò, che venne chiamato, appunto Whitsunday’s Passage. Il nome viene semplicemente dal giorno in cui Cook arrivo da quelle parti, ovvero la domenica di Pentecoste (Whitsunday, appunto). Solo più avanti il nome del passaggio venne esteso a tutto l’arcipelago. In origine, Cook e i suoi le avevano chiamate Cumberland Isles, e avevano dato un nome a una sola isola, quella che ancora oggi è conosciuta come Pentecost Island.

 


 

Il sabato ci aspetta la nostra seconda escursione, questa volta con la compagnia Cruise Whitsundays, sicuramente la più grande della zona, e che si occupa di decine di escursioni diverse, nonché degli accompagnamenti all’aeroporto e così via.

La partenza è alle 07.30, sempre da Abel Marina Point, e questa volta ci spostiamo con un traghetto vero e proprio. Sarà anche al chiuso, senza vento e acqua in faccia, ma si balla che è una meraviglia…

Dopo 3 lunghissime ore di viaggio, arriviamo al Reef World.

Dovete sapere che questi geniacci hanno costruito una super piattaforma direttamente sulla Barriera Corallina. In mezzo al niente. Infatti non so neanche di preciso dove siamo, perché intorno a noi, a 360 gradi, c’è solo acqua.

Fantastico.

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La piattaforma

Su questa piattaforma, su due livelli, ci sono un bar, un negozio di souvenir, gli spogliatoi, la terrazza per prendere il sole, tavoli sedie e sdraio e, ovviamente, tutto l’occorrente necessario per snorkeling e immersioni.

Appena arrivati, infatti, la maggior parte di noi (saremmo stati circa 80 persone) ci infiliamo la muta e scompariamo sotto l’acqua cristallina.

Snorkeling, snorkeling e ancora snorkeling, immersa in questa meraviglia che, esattamente come per il giorno prima, non c’è proprio modo di descrivere né a immagini né, tantomeno, a parole.

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La differenza rispetto al giorno prima è data dalla quantità immane di pesci che ci sono qua. Pesci di tutti i tipi, minuscoli o più grandicelli. Pesci che ti circondano a centinaia quando ti ritrovi proprio nel punto dove un tipo dello staff ha lanciato un po’ di mangime in acqua. E poi c’è lui, la star della zona, il Giant Grouper, il più pesce osseo più grande che si possa trovare da queste parti, e un po’ la mascotte del Queensland. Io vorrei aggiungere che questo pesce è davvero simpatico, sembra che abbia due labbroni superfarciti di botulino e mette proprio simpatia.

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L’amico Giant Grouper

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E vogliamo parlare della Grande Barriera Corallina? Durante questa vacanza ho scoperto cose ineteressanti a proposito. Ad esempio, e questo si sapeva già, che si tratta della barriera di corallo più estesa al mondo e della più grande struttura composta da un unico organismo vivente. Quel che ignoravo, invece, è che è composta da più di 2900 barriere più piccole e 900 isole, e che si estende per circa 2600 chilometri. Queste cose me le son segnate tutte perché, come mi accade sempre per i grandi numeri, mi hanno colpito. 2600 chilometri, gente, è più o meno come andare da Milano a Palermo e tornare…mica male.

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Ho cercato di stare in acqua il più possibile, ammirando ogni singolo corallo, salutando i sub a qualche metro sotto di me, sorridendo ai pesciolini che mi sfilavano intorno senza peso. Il problema è che poi mi è inesorabilmente venuta fame 🙂 così sono uscita, abbiamo pranzato sulla piattaforma, e il resto del pomeriggio (giusto un paio d’ore) l’abbiamo passato in altri due posti che la piattaforma metteva a disposizione: l’osservatorio subacqueo, posto proprio sotto la piattaforma, dal quale è stato possibile ammirare ancora tutte quelle centinaia di pesci diversi, e il sottomarino, che parte a cadenza regolare ogni mezz’ora e fa un breve tour lungo la Barriera, permettendo a chi non vuole entrare in acqua di avere un incontro comunque piuttosto ravvicinato con i coralli, separati solo da un vetro. Ed è da qui che, tra un corallo e una vongola gigante, abbiamo visto una bellissima tartaruga marina che se la spassava 🙂

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La visuale dal sottomarino

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Torni dal sottomarino e…la bassa marea 🙂

Le 3 ore del ritorno sono trascorse un po’ meglio, ma comunque lente. La sera abbiamo mangiato (si fa per dire per quanto mi riguarda, perché non stavo molto bene) in un bel ristorantino sull’Esplanade.

 


 

 

E quindi arriva domenica, il nostro ultimo giorno. Ce la siamo presa con calma e abbiamo deciso di camminare il più possibile, viste le ore passate seduti su barche e traghetti nei giorni scorsi.

Perciò, dopo la solita colazione che adesso, se ci penso, mi manca molto, ci siamo fatti tutta Airlie Beach a piedi lungo la costa, così abbiamo avuto modo di vederla meglio (visto che l’avevamo visitata più che altro di sera), e io ribadisco, sena problemi, che questa cittadina è meravigliosa. Troppo.

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Abbiamo continuato a camminare verso sud-est, allontanandoci un po’ dal mare e giungendo fino a Jubilee Pocket, una cittadina minuscola e deserta, manco a dirlo. Questa bella camminata sotto al sole ci ha rigenerato ma anche stancato; prendiamo il bus e giungiamo a Shute Harbour dove, però, rimaniamo pochissimo. Mi aspettavo un paesino, invece ci ritroviamo in un parcheggio, pieno delle macchine di tutti quelli che sono partiti dall’attracco lì vicino, con barche, yatch, canoe e chi più ne ha più ne metta. Però, ai piedi del parcheggio, è possibile prendere queste scale di legno e ritrovarsi al Lions Lookout, dal quale, effettivamente, la vista non è niente male.

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Riprendiamo l’autobus e, questa volta, arriviamo fino al Whitsundays Shopping Centre, perché i miei erano curiosi di farsi un giro in un centro commerciale australiano (la mia mania per i supermercati allora doveva pur venire da qualche parte…). In realtà, stiamo lì poco, e poi ci rimettiamo a camminare, sul sentiero costiero che parte da Cannonvale (dove, più o meno, ci trovavamo) e giunge fino ad Airlie Beach: il Bicentennial Walk. 

Questi luoghi mi sono rimasti nel cuore per la loro pace e la loro bellezza. E infatti, strano a dirsi, questa è stata una delle passeggiate costiere più belle che abbia mai percorso.

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Arriviamo ad Abel Point Marina che sono già le 3 passate, perciò pranziamo con delle buonissime tapas in un ristorante spagnolo, per poi ripartire e fare l’ultimo pezzettino che ci separa da Airlie Beach. Facciamo l’ultimo giro del paese e poi, dopo la sosta in hotel per doccia e co, andiamo a mangiare al ristorante Sorrento (dove avevamo provato ad andare per tipo 3 sere di fila, senza molto successo).

 


 

Il lunedì, tra ultima colazione immensa e valigie, la mattinata passa che è una meraviglia, e abbiamo solo giusto un po’ di tempo per goderci le sdraio a bordo piscina/mare, sotto un sole caldo e un venticello piacevole. Il ritrovo per salire sul traghetto che ci porterà all’aeroporto è a mezzogiorno. All’aeroporto non ci chiedono nemmeno il passaporto. Teneri gli australiani. E così, non appena l’aereo si alza (ai soliti 20 cm dall’acqua) salutiamo questo posto meraviglioso.

Sono davvero felice di aver fatto questa vacanza, e ringrazio tanto i miei genitori per avermi dato la possibilità di vedere e respirare tutta questa inimitabile Bellezza.

 

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Whitsundays, parte 1

Quella alle Whitsundays è stata la mia prima settimana (6 giorni scarsi, a essere precisa) di vacanza vera da quando sono in Australia.

E me la sono goduta alla grande.

Mamma, babbo ed io siamo partiti da Sydney il mercoledì in tarda mattinata, ovviamente facendo le corse, ma questa credo sia una prerogativa della famiglia, nessuna sorpresa.

La sorpresa vera, invece, è stato il meteo. Passare da una super piovosa e ventosa Sydney a un sole sgargiante, che ti fa immediatamente appiccicare i jeans alle gambe, non è stato poi così male..

Dal finestrino dell’aereo, appena iniziamo a sorvolare le isole, inizio a scattare foto a non finire.

Le Whitsunday Islands (o Whitsundays) sono un arcipelago di 74 isole dalle forme e le grandezze più varie, sparpagliate al largo della costa nord del Queensland. Non mi fermavo più a far foto, e rimanevo abbagliata a ogni nuovo profilarsi di costa, a colori indescrivibili, alla piccola ombra dell’aereo proiettata sul mare di un azzurro unico.

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Sotto di noi scorgo una pista d’atterraggio, davvero corta e stretta, e immagino sia riservata a qualche piccolo aereo da turismo o cose del genere.

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La “pista” di Hamilton Island

 

Mentre ci penso, il nostro aereo vira a 180 gradi e punta la pista.

Ehm, un attimo.

Ma veramente?

Ci abbassiamo sempre di più, ormai siamo a pochi metri di quota e io vedo solo acqua sotto e intorno a noi. E alla fine l’aereo atterra sulla pista, a bordo acqua, e inizia a frenare all’impazzata.

E ci credo, diamine.

Morale della favola, l’aereo si arresta a pochi metri dalla fine della pista e fa il suo giro per tornare indietro, con le ruote che praticamente sfiorano il bordo.

Pista per aerei da turismo un piffero!!

 

Ci spostiamo da Hamilton Island, l’isola “commerciale” dell’arcipelago, e raggiungiamo Airlie Beach che, in realtà, si trova sulla terraferma. Sì, insomma, siamo partiti dal continente per atterrare su un’isola per poi ritornare al continente via traghetto.

È tutto molto normale.

Per fare tutto ‘sto viaggio c’è voluto un bel po’, quindi non facciamo in tempo a lasciare le valigie al (bellissimo, fantastico) albergo Coral Sea Resort, che siamo già in città per fare una passeggiata e acquistare le gite per le giornate successive, prima che venga l’ora di cena.

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Il tramonto dal giardino dell’hotel

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Airlie Beach. Umamma gente, che posto meraviglioso.

Tutta la vita si concentra sulle due vie principali: Shute Harbour Road e Airlie Esplanade. È inverno, ma qui la bassa stagione sembra non esistere: tante persone nei locali, negozi aperti fino a dopo cena, tanta musica ovunque. Eppure è tutto così tranquillo, così ordinato. Così perfetto. Talmente perfetto da non sembrare vero. Non c’è una foglia o un granello di sabbia fuori posto. Sembra uno di quei villaggi turistici che vogliono ricreare le fattezze di un paese, ma lo sappiamo tutti che è tutto finto.

Airlie Beach invece è vera…

E a pochi metri dalla spiaggia c’è l’Airlie Lagoon, una specie di parco con delle piscine di acqua di mare coi bagnini sempre presenti, e poi tanto prato, giochi per bambini, ping pong, barbecue (ovviamente), spogliatoi…il tutto con vista sulla baia e le decine di barche e yatch che se la girano lì intorno.. della serie che uno ci potrebbe stare a giornate intere!

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Abbiamo mangiato in un bellissimo rum bar/pescheria, dove si sceglieva il pesce del giorno e te lo cucinavano in mille modi. Il ristorante ci era stato consigliato dalla signora dell’ufficio escursioni, toscana ma emigrata in Australia da talmente tanto tempo che ci parlava in un italiano stentatissimo e a un certo le ho chiesto di tornare a parlare inglese che la capivo meglio!

E intanto i miei cominciavano a chiedersi cosa e come fare per trasferirsi lì…io scuoto la testa, ma come li capisco!

 

 


 

Per il giovedì le escursioni sono tutte strapiene – e meno male che è bassa stagione -. Allora, ci facciamo la nostra colazione stratosferica (perché lo sappiamo tutti che, anche se di solito ti accontenti di una colazione minuscola, negli hotel devi per forza ingozzarti di brioche, muffin, pane con il burro di arachidi e la marmellata, frutta fresca, frutta secca, yogurt, succhi di tutti i tipi e così via. È una cosa che è proprio non so, un obbligo morale. E meno male che non mangio il salato). E poi andiamo a noleggiare la macchina e partiamo verso nord. L’obiettivo era andare dalle parti di Dingo Beach, ma il bivio non era praticamente segnalato quindi, quasi senza neanche accorgercene, andiamo dritti fino a Bowen, a circa 80 km a nord di Airlie Beach. E sono stata contentissima di averlo fatto, perché non lo sapevo, ma a Bowen c’è il BIG MANGO! Non avete idea di quanto sia stata entusiasta di questa fortuita scoperta!!

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In Australia di robe del genere ce ne sono a centinaia, magari ci farò un post ahah.

Ci abbiamo messo un po’ per capire di essere arrivati a Bowen, perché la cittadina era davvero deserta. Però c’erano un sacco di belle casette e ville spaziali, a ridosso del mare, e certe spiagge davvero meravigliose. Poi con la bassa marea, uno spettacolo proprio!

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Ci siamo spostati un po’ in qua e là con la macchina, e abbiamo fatto un picnic su un tavolino in cima a una roccia, dal quale si aveva una fantastica visuale della spiaggia di Rose Bay, una delle 8 spiagge che circondano la città. Era tutto molto tranquillo e ci hanno fatto compagnia i gabbiani (a cui parlavamo come se fossimo tutti amiconi). C’era una bella atmosfera di pace e serenità, è stato proprio bello!

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Rose Bay

A metà pomeriggio abbiamo ripreso la macchina per tornare indietro e, questa volta, prendere il bivio per Dingo Beach e Gloucester Beach. Ho autorizzato babbo a guidare: non proprio abituato a guidare a destra, e costantemente preso dai paesaggi intorno a noi, ci ha fatto passare una mezz’oretta un attimo impanicata! Infatti appena ho potuto ho ripreso il controllo del mezzo 🙂

A Dingo Beach siamo stati poco, ma ci è piaciuta molto. Anche lì è tutto pieno di casette carine, ma sembrava tutto deserto: che pace! Spiaggia lunghissima, infinita, e deserta: una meraviglia.

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Abbiamo concluso la nostra giornata con una visita veloce al Cape Gloucester Beach Resort. Mentre gli ospiti si godevano il loro aperitivo alle luci dorate del tramonto, noi abbiamo fatto una breve passeggiata su questa fantastica spiaggia. Mamma mia, che bellezza. Il mare di un blu intenso, il cielo arancione, la silhouette delle barche che si staglia all’orizzonte, una fila di alberi dietro di noi, e il miscuglio sommesso di musica e voci di chi si sta godendo la vita.

Ciao, rimango qui.

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Siamo tornati ad Airlie Beach e abbiamo cenato in un buonissimo ristorante italiano (grazie mamma e babbo per tutti questi ristoranti italiani in cui mi avete fatto mangiare! Ne avevo bisogno 🙂 ), dove mi sono gustata un risotto ai funghi che ciao proprio.

 


 

 Venerdì, la nostra escursione sul Big Fury!

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Dopo aver riportato la macchina, ci siamo diretti ad Abel Point Marina per incontrare lo staff del Big Fury. Si tratta di una barca/gommone dalla capacità di circa 40 persone. Ovviamente, gli stronzi a cui è rimasto il posto in fondo, dietro il timone, siamo stati noi e altre 8 persone, e parlare dell’acqua che ci siamo presi tutto il giorno è superfluo.. ma è stato divertente!

Anche se l’aspetto senza dubbio più esilarante è stata la nostra guida: un ragazzo abbronzatissimo, con le gambe più secche che abbia mai visto a un uomo, e una faccia che ricordava molto esplicitamente quella di Jim Carrey nel film The Mask. Faceva un sacco ridere, per le sue battute demenziali e le sue espressioni esagerate!

Come da programma, in tarda mattinata ci siamo fermati a fare snorkeling. The Mask ci ha spiegato tutto, dalle cose più ovvie, come l’uso della maschera, a quelle più importanti, come il divieto di non toccare o stare in piedi sulla barriera corallina, una creatura tanto meravigliosa quanto fragile.

Muta, maschera, boccaglio, e via! Io, con la mia Action Cam, le ho fatte un po’ di foto, ma il senso di pace, meraviglia e Bellezza che si prova là sotto è pressoché indescrivibile.

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Tornati tutti sulla barca, ci siamo spostati e, dopo una quarantina di minuti belli ventosi e bagnati, abbiamo raggiunto LA spiaggia, Whitehaven Beach, situata su Whitsunday island, l’isola più importante che dà il nome all’arcipelago.

Purtroppo sono una persona cinica e rompiballe, e non sopporto le cose più disparate. Non sopporto, ad esempio, quando si parla di un bel posto come di un paradiso. Ma che ne sai com’è fatto il paradiso? Bah. Il problema è che qui mi tocca fare quella che non si sopporta da sola, perché insomma, questo posto non sarà il paradiso, ma ci va di sicuro molto, molto vicino.

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Siamo in piscina, in realtà…

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L’escursione prevedeva il pranzo, perciò poco dopo il nostro arrivo ci siamo avventurati all’interno del bosco, dove c’erano dei tavoli di legno e un buffet. Un piccolo pitone se ne stava tranquillamente appisolato alle porte del bosco (lo racconto con tranquillità, sembra, ma non ero tranquilla un cazzo proprio, a essere fine), e una decina di super iguane-lucertole-boh giganti ci giravano intorno. Una situazione tranquilla, insomma.

Abbiamo passato un po’ di tempo lì, e poi tutti di nuovo a bordo per tornare alla base, a Airlie Beach. È stata una bella giornata, terminata in un buonissimo ristorante messicano e con tante stelle sopra la testa.

                                        

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A presto con la seconda puntata!

The Domain: great views, great feelings

Ci sono certe giornate in cui tutto quello che vedi ti sembra perfetto, piacevole, giusto, esattamente come e dove deve essere. Sono le cose più semplici, scontate, le sappiamo tutti: sole, verde, chiacchiere, camminate, serenità.

Il fatto è che io quando vedo verde proprio mi vengono gli occhi a cuoricino. Adoro i prati e i parchi, e qualsiasi cosa succeda, di fronte a distese di erba io torno serena.

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Il Domain è l’area verde che “circonda” su due lati l’immenso Botanic Garden. In effetti, è abbastanza difficile distinguere i due parchi, sono praticamente la stessa cosa. Nel periodo di colonizzazione, il Domain serviva a separare le residenze del governatore di turno dall’area della colonia penale, ed era, quindi, privato. Dal 1831 si è iniziato a costruire le prima strade per l’accesso pubblico e, da allora, al Domain piace definirsi a place for the people.

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La splendida St. Mary come sfondo!

Io e Agnese ci siamo fatte questa bella passeggiata sabato pomeriggio, ed io ero tutta lì bella in pace con me stessa, tutto grazie a fiori, alberi ed erba (no, non quell’erba…).

Camminando verso nord, i sentieri si fanno un po’ più ripidi, fino a costeggiare Woolloomooloo Bay, che rimane alla nostra destra. Il Woolloomooloo Finger Wharf con i suoi appartamenti da milioni di dollari e il cantiere navale con le sue navi giganti si stagliano possenti tra un albero e un altro. Vorrei, a questo punto, esprimere tutta la mia gioia nel pronunciare la parola Woolloomooloo; come si fa a non adorarla??

Ci spingiamo all’estremo nord del Domain,

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fino alla zoma denominata Mrs Macquaries Point. Sulla sua punta, che più a nord di così non si può, si trova la Mrs Macquarie Chair, una “panchina” scavata nella roccia in onore di Elizabeth Macquarie, moglie del Governatore. I Macquarie arrivarono a Sydney nel 1810, e presto il Governatore si mise all’opera per far costruire alcune strade nella zona, fra le quali la Mrs Macquarie Road, che porta proprio fino a questo punto. La signora Macquarie adorava sedersi qui e ammirare lo stupendo panorama sulla baia, perciò il Governatore in persona e alcuni suoi uomini scavarono questa seduta nella roccia apposta per lei. Suppongo sia una cosa molto tenera!

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Spero che la Macquarie non avesse la mia stessa faccia molto tonda…

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Doppiamo la punta e ci troviamo esattamente nel punto che ho aspettato per così tanti mesi: Opera House, Harbour Bridge, in un unico colpo d’occhio, sotto un sole perfetto e accecante. È tutto qui, non serve altro.

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Ci sediamo a mangiare il nostro rocky road e ammirare il panorama, non dopo aver fatto 8375925 foto circa, naturalmente. Poi continuiamo a camminare, ed è uno spettacolo ammirare queste due costruzioni insieme, che cambiano a ogni passo, a ogni nuova prospettiva.

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Ci ritroviamo nell’area dei Botanic Gardens che si affaccia direttamente su Farm Cove. Scendiamo lungo i Fleet Steps: una scalinata costruita nel 1908 e sfondo di molteplici eventi, come l’arrivo dell’American Great White Fleet nello stesso anno (da cui la scala prende il nome), nonché i passi della Regina Elisabetta, la primissima volta che ha messo piede in Australia (“solo” nel 1954).

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Scendiamo e giù nel prato tutto brilla: pieno di bambini, famiglie a fare pic nic, gente che si gode il sole o gioca col frisbee o col cane. Sì, sono passati 4 mesi e mezzo e ancora mi piace tanto stupirmi di fronte a questa atmosfera che sembra sempre idilliaca. Sembrano tutti felici.

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E i cartelli recitano:

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Stupore, ancora, ancora

Per caso ho già parlato di quanto questi posti mi rendano serena e spensierata? Ho già parlato di quanto sia felice, ogni volta, di stupirmi di queste piccole cose meravigliose?

E sono estasiata dalla consapevolezza che queste piccole cose meravigliose esistono ovunque. Ho ancora così tanto da vedere!!

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