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My trip’s diary-Day 24

Questa è stata probabilmente la giornata più ricca e più bella vissuta fino ad ora, in termini di Bellezza. Perché ci sono cose che la natura fa e che ti riempiono il cuore e gli occhi di felicità da quanto sono belle, e oggi ne abbiamo viste parecchie in successione!! 

Questa è la parte più bella della GOR. Noi ci siamo svegliate con la ramanzina dei ranger e, nonostante il tempo nuvoloso e incerto, siamo corse di nuovo dagli Apostoli per vederli alla luce del mattino. È fantastico camminare lungo il sentiero, svoltare l’angolo e all’improvviso ritrovarteli li, questi giganteschi monoliti che spuntano da un’acqua azzurrissima. L’erosione del mare e degli agenti atmosferici hanno contribuito a rendere la parete di queste rocce molto disomogenea, e a ogni cambiamento di luce la vista sembra sempre un po’ diversa. È un posto davvero unico e, nonostante avessi visto le foto centinaia di volte, solo quando ci sei capisci la sua grandezza e la sua maestosità. È il perfetto esempio della Grandezza con la G maiuscola dell’Australia. È forse uno dei miei posti preferiti del Paese finora. 

Le nuvole non ci fermano e proseguiamo di nuovo verso Port Cambell. In meno di 20 chilometri, sempre all’interno del Port Campbell National Park, ci sono decine di cose belle da guardare. Ci fermiamo prima in una parte dove si possono ammirare alcune formazioni rocciose davvero bellissime: Razorback e il fantastico Loch Ard Gorge, una spiaggia incastonata in alte pareti di roccia, dove noi ci siamo divertite a fare centinaia di foto mentre saltiamo (sorvoliamo sul fatto che io non sono capace di fare la foto al momento giusto, e vabbè). 

Ci fermiamo innumerevoli volte, per vedere tante altre formazioni rocciose mozzafiato, come il London Bridge (che ormai da più di vent’anni non è più un bridge), the Arch e the Grotto, dopo una pausa pranzo sul lungomare di Port Campbell. 

Dopo una breve sosta a Pererborough e qualche foto alla Bay of Martyrs (dove siamo state 34 secondi perché c’era un vento pazzesco), ci siamo mosse verso Worrnambool, una cittadina che io aspettavo tanto per il Big Millshake che però è stato estremamente deludente. Ci siamo allora fatte una passeggiata intorno al Lake Pertobe, dove c’è un bel prato con il parco giochi, un labirinto e tanta pace. 

E poi a dormire in un buco di paese chiamato Yambuk, in uno spiazzo verde vicino allautostrada e a un bagno chimico. Ma con un tramonto niente male!! 

E gli occhi me li sono riempiti alla grande pure oggi 🙂 






































































































My trip’s diary-Day 22

Scrivo sul blog seduta sulle scaline di un bagno pubblico sulla spiaggia di Lorne, Great Ocean Road. Ed è già tornato il freddo, naturalmente. In realtà oggi c’era un bel sole, accompagnato però da un vento rompicazzo. Insomma, assolutamente nulla di nuovo!!
Stamattina siamo andate a Geelong, una città con un lungomare molto carino, completo di molo, porto, spiaggia, prato, ruota panoramica tutta colorata e tanti personaggi di legno in giro. Abbiamo trascorso un’oretta lì e poi è stata l’ora delle “commissioni”: una spesa gigante e il giro dei punti vendita delle compagnie telefoniche per capire quanta ricezione avremo nei prossimi giorni (ricordo ai miei piccoli lettori che, in quanto a internet e ricezione telefonica, l’Australia è una ventina d’anni indietro).
E poi si inizia la Great Ocean Road! Ci siamo finalmente!! Iniziamo con Torquay: arriviamo a Fishermans Beach e ci stendiamo sulla sabbia per circa 20 minuti, dopo i quali avevano sabbia ovunque, persino su per il c e abbiamo perciò deciso di desistere. Questa parte della costa è famosa per il surf, e in effetti in quanto a vento è messa piuttosto bene! Infatti poi ci spostiamo un po’ più avanti e la situazione non cambia. Ci sono una spiaggia e un punto panoramico attaccati, che si chiamano rispettivamente Cosy Corner e Danger Point: che carini saranno gli australiani? Da qua il panorama è molto bello, è il vento sposta anche le balenottere come me. Decidiamo quindi ti fare una capatina a Bells Beach, la spiaggia dove si tengono i campionati di surf, e poi continuiamo la nostra traversata, fermandoci a Anglesea, in punti imprecisati lungo la strada per le foto, e infine a Lorne.
Un giorno mi piacerebbe avere il tempo di raccontare nei dettagli come si svolgono le parti “tecniche” del nostro viaggio: è qualcosa che adesso troviamo a volte stancante e a tratti pesante, ma che non vorrò mai dimenticare perché è un pezzo di vita davvero unico!!
E intanto siamo sulla Great Ocean Roaaaad :)))

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My trip’s diary-Day 19

Solo una parola per questa giornata: caldo boia!
Vabbè sono due.
Ora, sembra che io stia sempre a lamentarmi eh, però vabbè a me poi alla fine va bene tutto e ci si adatta. Ho sudato come un animale ma fa niente! E questo magari non importava scriverlo.
Insomma, oggi grandi giri intorno al CBD. Kara ci ha raggiunto con tutti i suoi “grandi pesi da portare” (cit.), poi abbiamo iniziato le nostre infinite camminate: dal Yarra Park al centro e poi giù al di là del fiume, nei quartieri dì Southbank e Docklands. Il primo in particolare ci è piaciuto molto e abbiamo cercato di godercelo al meglio. Dopo il pranzo sul prato, Kara è andata all’acquario e noi siamo tornate verso il centro. Ci siamo separate e io sono andata ai Fitzroy Gardens a conoscere Serena!! Sono stata tanto contenta di aver conosciuto qualcuno tramite il mondo dei blog, che cosa figa! Ci siamo divertite a vestirci come damine (o forse più come sguattere) dell’ ‘800 al Cook’s Cottage poi, dopo un succo rigenerante, mi ha portata al National Gallery of Victoria, dove ci siamo divertite su quella specie di calcinsella tutto dorato e nel Bird’s Island. C’erano un sacco di cose interattive è interessanti!!
Dopo aver recuperato Fra e averla salutata, siamo tornate ai Gardens per fare un giro un po’ più approfondito, e abbiamo visto cose carine come il Tudor’s Village (in miniatura!) e il Fairies’ Tree. Prima del giardino mi sono anche messa a rotolare giù per una discesa tutta bella erbosa che proprio mi stava chiamando!!!
Tornate tutte e tre alla macchina (io un po’ delirante dalla stanchezza), troviamo una lettera sulla macchina con cui ci avvisano che se la trovano ancora lì in quel parcheggio ce la portano via….poco male! Considerando anche che ci abbiamo dormito due notti…tranqui!!
Compriamo del vino e raggiungiamo Il quartiere di Kensington e la casa di Francesco che ci ospiterà per due notti. Lui è un ragazzo che ho conosciuto una sera di 5 anni fa, e non ci siamo mai più rivisti, eppure è stato tanto gentile da ospitarci! Abbiamo passato una bellissima serata noi, lui e Katrina (la sua ragazza), mangiando pizza, bevendo vino, giocando a taboo e ridendo tantissimo!! Io e Fra eravamo in squadra insieme e li abbiamo sbaragliati! Giocare in inglese non è sempre facile, ma noi avevamo dalla nostra un po’ di esperienze accumulate in queste settimane e quindi non c’è stata storia! Anche se è bastata solo una grande sintonia per indovinare “Delta” quando lei ha detto semplicemente “Lancia”!!! Ahahah

Sono conteeeenta!!

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My trip’s diary-Day 16

E rieccoci sul continente.. Pronte per un’altra isola, però! Ma prima il racconto di una scena esilarante (a ripensarci ora) e delirante (cosa che effettivamente è stata).
Stanotte abbiamo dormito in traghetto ed eravamo tutte belle contente della nostra cabina con tanto di bagno. Arriviamo, ci facciamo una bella doccia (vera, calda, senza costume…), mangiamo, guardiamo qualche puntata di una serie che dovrò vedere quando torno, e poi belle belline ci mettiamo a letto soddisfatte. Un letto vero (più o meno) dopo più di due settimane!
La cabina era da 4 e a metà serata era arrivata una signora sulla cinquantina che aveva lasciato le sue cose e se n’era andata. Verso mezzanotte la signora torna e si mette a dormire. Beh, non la faccio lunga. Alle 2.10 io e Fra siamo sveglie, con gli occhi sbarrati e i nervi a fior di pelle, per questa signora che russa come un trombone. Una cosa davvero mai sentita!! Ovviamente siamo super nervose e continuiamo a sbuffare e a fare mille rumori per cercare di farla svegliare. In un’ora e dieci (un’ora e dieci di notte in queste condizioni è veramente un sacco di tempo…..) siamo passate dal nervoso alle risate isteriche, dai colpi di tosse prolungati alle chiacchiere ad alta voce, fino a che io, presa dallo sconforto, ho iniziato a urlare alla signora di cambiare posizione perché stava russando come un animale. Ma lei nulla. Alla fine Fra si è messa a mangiare i crackers, e quel rumore deve averle messo in moto qualcosa nel cervello, perché si è messa sul fianco e ha smesso di russare. Noi tutte belle contente ci rimettiamo a letto, io cerco di placare il mal di testa e di farmi tornare il sonno… Piano piano le palpebre si chiudono e, proprio quando cado in dormiveglia… Ecco che riparte di nuovo!!! Sono le 03.40. Russa così forte che una cosa del genere non l’avevo mai sentita. Al colmo della frustrazione mi tappo le orecchie con le mani, e le lancette che segnano le 04.30 sono le ultime cose che vedo. Fino a quando, alle 6 in punto, l’altoparlante ci sveglia. Bella nottata di merda! E in tutto questo, Kara si sveglia alle 06.15 chiedendo: ma l’altoparlante era la sveglia?? BUONGIORNO cazzo!!
Ma vaaaaaa bene, noi siamo contente lo stesso, o no?? Si va a Phillip Island!! 🙂
Famosa per il circuito del gran premio e per i pinguini, Phillip Island si trova a circa 100 km a sud-est di Melbourne. Noi arriviamo a metà mattina e ci buttiamo subito nelle nostre camminate panoramiche, nonostante il tempo lasci un po’ a desiderare (ma per fortuna dopo andrà molto meglio!): prima di tutto una camminata, un po’ sulla spiaggia è un po’ sulla costa, al Cape Woolmai State Fauna Reserve, dove facciamo una mezza litigata con Kara (che se l’è presa perché noi parlavamo in italiano, sicuramente male di lei. Lei però era a 50 metri avanti a noi e non capisco perché avremmo dovuto parlare inglese. Inoltre era una delle poche volte in cui non parlavamo male di lei effettivamente ahah, aaaah la gente di 30 anni!!!), e dove abbiamo raggiunto i Pinnacles. Un posto davvero stupendo e dai colori fantastici!
Abbiamo guidato un po’, fermandoci a fare qualche foto con il Big Koala e al circuito, e poi un’altra camminata fino a Pyramid Rock, altrettanto bello. Abbiamo poi raggiunto Kitty Millers Bay, dove io e Kara abbiamo provato a camminare un po’ sul fondale lasciato dalla bassa marea per raggiungere un qualche relitto, ma i sassi acuminati e le pozze d’acqua ci hanno fatto desistere dopo un po’. Però come colpo d’occhio niente male!! Decidiamo poi di raggiungere la punta più a ovest, The Nobbies, dove di solito si riuniscono le foche. Noi non ne abbiamo vista neanche una (eppefforza), ma ci siamo rifatte con letture interessanti e, soprattutto, con una camminata sul promontorio. Il vento ha rotto abbastanza il cazzo, ma la vista era bellissima, con il Blowhole, le rocce scure e la vegetazione verde e arancione. Mi è piaciuto moltissimo e ho fatto davvero tante foto (con la fotocamera, quindi su sto blog poca roba!!). Dopodiché siamo tornate indietro al Swan Lake. Come lago ci ha deluso un po’ tanto (una mezza palude in realtà… Ma i cigni neri c’erano, quindi il nome perlomeno l’hanno azzeccato). Ma poi è successo che sul sentiero al ritorno stavo camminando e a un certo punto mi fermo di botto e le altre due quasi mi vengono addosso e lui è li a 10 metri da noi: un’echidna!!! Un animaletto bellissimo, una specie di riccio con il becco. Chi sa anche solo qualcosina sugli animali australiani non può non amare l’echidna!! E quindi nulla, ci siamo avvicinate a pochi centimetri e l’abbiamo ammirato, in silenzio per paura che scappasse e con un sorriso enorme. Io aaaaamo gli echidna!!
Abbiamo cucinato (non l’echidna), e poi siamo andate alle Penguin Parade. In realtà abbiamo cazzeggiato due ore perché l’evento era alle 21. Alle 20.15 eravamo già sugli spalti a congelare, ma contentissime!! Praticamente, si tratta di una spiaggia dove i pinguini arrivano naturalmente e dove sono stati costruiti delle casette per loro (perché gli animali distruggono quelle che i pinguini si costruiscono da soli) è un centro di recupero. Assistono i pinguini e li pesano e li monitorano per vedere se tutto va bene. Ovviamente c’è nato sopra un business di nulla, col negozio, il ristorante, i tour e, ovviamente, la Penguin Parade. Così alle 21 circa, centinaia di persone sugli spalti e i primi gruppetti di pinguini escono dal mare, si scuotono, osservano, poi partono di corsa, sempre in gruppo. Si fermano, osservano, poi ripartono. Di gruppetti ne sono usciti a decine dall’acqua, e come si muovono quando corrono vabbè, è una cosa eccezionale! Io ero con gli occhi a cuoricino e non sapevo più dove guardare. Illuminati solo da un lampione, vedevi queste macchioline bianche e nere che si muovevano veloci e goffe sulla sabbia dorata, a volte inciampando, belli tondi con le pance piene di pesce, sembrava che facessero a gara. Poi, prima di andare verso le loro casette,devono passare in un piccolo tunnel dove gli addetti li mettono su una bilancia per prendere nota delle variazioni di peso. E loro, giuro, se ne stavano lì fermi, ad aspettare il loro turno in fila. Semplicemente adorabili!! Ma il momento migliore è quando ci siamo alzati e, stando sulle passerelle, li vedevamo andare ognuno verso la propria casetta (che poi, come facciano a sapere dov’è chi lo sa). Ce n’erano davvero tanti, alcuni li abbiamo visti da vicino, cosini alti circa 30 centimetri, è davvero buffi: camminano sculettando, si fermano e si guardano intorno, poi si grattano un po’ e si leccano le piume. Se ne stanno lì a contemplare chissà cosa per parecchi minuti, poi fanno qualche altro passo. Tutt’intorno, il buio si riempie dei loro verso assordanti: siamo finalmente a casa!! E io mi sono innamorata perdutamente di ognuno di loro 🙂
Ancora sorridenti come ebeti per tutte le bellezze di oggi, usciamo dall’isola (riesco a vedere le Big Cows e la Big Wave al buio) e ci fermiamo a dormire in un parchetto a Bass.
Io l’ho già detto che amo l’Australia????????????

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My trip’s diary-Day 15

Ultimo giorno in Tasmaniaaaaaa!! La situazione strana è che da una parte ci mancherà perché ci è proprio entrata nel cuore, ma dall’altra…basta con ‘sto freddo!!! Anche se oggi in realtà c’era il sole e abbiamo addirittura messo le maniche corte!!
Visto che eravamo già vicine A Devonport, oggi ce la siamo proprio presa comoda. Da La Trobe siamo andate dritte a Penguin, passando però prima da un Lookout con una vista davvero bellissima sul mare e su tutte le colline, che sembrano davvero finte!
Penguin è una cittadina molto carina, con una bella spiaggia e il prato verde. Ci sono anche i cestini della spazzatura con i pinguini e, ovviamente, il Big Penguin! Mentre le altre hanno trovato un wifi, io mi sono fatta un giretto fino a un piccolo ma delizioso Lions Park, e poi mi sono lanciata sul prato a leggere e a fare yoga. Yoga, sul prato, col mare di fronte e il sole in testa… Sì, lo so, lo dico sempre che proprio male male non è!
Dopo Penguin siamo tornate indietro lungo la costa, fermandoci per fare qualche foto alla Three Sisters State Reserve, e poi qualche ora a Ulverstone, dove ci siamo divertite come coglione al parco giochi e alla palestra per un work out all’aria aperta di tutto rispetto (adesso gli addominali piangono).
Ritorno a Devonport, giro brevissimo della città e poi eh, è successo. La voglia di junk food ci ha chiamate. E così siamo finite al Mac (Macca’s qui in Australia, perché loro sono diversi!), e poi abbiamo trascorso circa due ore in fila per il traghetto.
Eccoci qua, la Tasmania è andata. Che dire, è vero che tutto questo freddo e tutta questa pioggia ci hanno demoralizzato a volte e non ce l’hanno fatta vivere al massimo come avremmo voluto. Però è anche vero che se mi è piaciuta così tanto in questo modo, vuol dire che bella deve esserlo davvero. Le mie foto non rendono l’idea, e forse nessuna foto potrebbe farlo, sono posti da vedere davvero con i propri occhi (così anche voi vi sorbite sto freddo cazzo!): ci sono cose e spiagge e baie e isolette all’orizzonte e rocce e sentieri e colline che non ti puoi scordare. I colori sono vividissimi (ma sui colori dell’Australia ne avrei tante da dire…) e ce n’è per tutti: le colline e i campi immensi sono verdi, gialle, ocra, marroni, con le mucche e le pecore e gli alpaca in ogni dove, e poi il blu di questo oceano, santo cielo, a ogni ora del giorno il blu è diverso e vabbè, come si fa a descrivere certe bellezze? Quando, in alcuni punti, il profilo delle colline si perde nella nebbia dell’orizzonte, o le onde si infrangono sulla scogliera con una forza tale che stare lì 10 minuti buoni a fissarle ti sembra niente. A volte ti sembra di stare di fronte a un grande dipinto, da quanto tutto intorno a te è così bello e nitido e pulito, o da quanto le onde sono grosse e veloci, che sembrano fatte con gli effetti speciali dei film.
La Tasmania mi è rimasta nel cuore. Ma la Tasmania è Australia, per cui non poteva essere altrimenti!!

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My trip’s diary-Day 12

Svegliarsi con la solita pioggia non è il massimo, ma cazzo: sono a Richmond! A me questo posto mette allegria e serenità. Ho già detto che amo Richmond? Brava anche a Fra che ha trascorso 15 minuti della sua vita a districare il gomitolo nei miei capelli come una brava mamma!
È tutto molto bello quando partiamo per andare a prendere Kara al camping…e ci accorgiamo che la macchina emette fumo e strani rumori/odori. Interessante! Siamo lì al camping che cerchiamo di capire cosa sia (leggi: tre rincoglionite che sono riuscite ad aprire il cofano solo perché era stato mostrato loro da un addetto del traghetto giorni prima, e che guardano inebetite il motore e tutto ciò che gli sta intorno con una faccia perplessa e con le rotelline che si arrugginiscono nel cervello), ed ecco che arriva una signora: lei, il marito e il figlio stanno andando all’aeroporto e vorrebbero regalarci tutto il cibo che non sono riusciti a finire. Noi titubiamo per 0.24 secondi e accogliamo tutto questa grazia con gioia. Allora poi chiedo anche al marito se può aiutarci con la macchina e lui ci si impegna tantissimo. I successivi dieci minuti li passo con gli occhi a cuore e la mente piena di fiori e farfalle colorate; perché io provo sempre questo senso di meraviglia forte di fronte a piccoli gesti di gentilezza disinteressata e non ce la faccio a darli per scontati. E penso che il mondo può anche essere bello e andrebbe abbracciato più spesso!!
Torniamo a Richmond per il meccanico (tanto gentile..e poi siamo tornate a Richmond! Si vede che è destino!!! Ho mai detto che amo Richmond???), poi partiamo finalmente per la nostra giornata (il problema della macchina non lo dico perché è abbastanza vergognoso ahahaha).
Oggi è la volta della Tasman Peninsula. Arriviamo fino in fondo a Port Arthur, che io volevo vedere perché sapevo essere una città con un forte background storico, essendo stata per molto tempo sede di un’enorme colonia penale. L’ingresso dal prezzo esorbitante mi lascia un po’ così, però ormai ci siamo, quindi balliamo! Per cui io e Kara passiamo qualche ora nella cittadina (cioè, si paga per vedere una cittadina intera dove ormai non abita più nessuno) che è praticamente un immenso museo a cielo aperto: le rovine, le prigioni ancora intatte, la ex chiesa, le case museo, i giardini meravigliosi. A me poi la storia australiana interessa davvero molto, per cui sono stata davvero contenta della visita!!
Ormai si è fatto pomeriggio inoltrato, per cui ripartiamo. Tornando indietro dalla penisola, raggiungiamo la stretta striscia di terra che la tiene attaccata al resto, e qua si trovano alcune formazioni rocciose che tolgono davvero il fiato: Tasman Arch? Blowhole e Devils Kitchen, che mi ha particolarmente impressionato. È davvero incredibile ammirare queste scogliere così profonde e “selvagge”, dove un oceano super mosso forma delle onde gigantesche che si frantumano sulla roccia. Lo so che apparentemente sto scrivendo un sacco di ovvietà, ma io ci sono stata veramente 10 minuti buoni a osservare queste cose, perché sprigionano una potenza che è difficile vedere altrove e che lascia davvero affascinati!
Ragiungiamo Sorell per la spesa e poi, finalmente… È l’ora di Hobart!! Lasciamo Kara in ostello e noi ce ne andiamo a Sandy Bay, dove ci sono le docce calde (parliamone!!! Sono parecchi giorni che non faccio una doccia… Scandalo).
Giornata conclusa con la scena migliore per ora:
Non avendo molti sacchetti, oggi siamo finite a buttare la spazzatura e le stoviglie sporche in uno unico. Poi però Kara ha preso tutte le stoviglie per lavarle in ostello, noi ci siam tenute due cucchiai, io però l’avevo dimenticato… Per cui, quando ci siamo accorte che li avevo buttati, posso assicurarvi che vedere Fra che fruga nel cestino del parco con una torcia in mano per ritrovarli è stato molto molto esilarante!! Fra tvb eh!! 🙂

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My trip’s diary-Day 11

A noi piace tantiiiiiissimo svegliarci con la pioggia! -.-‘ Dormire in macchina significa uscire all’aria aperta non appena ti alzi dal letto, e quando piove/fa freddo come oggi voglia proprio zero. Ormai i miei capelli sono diventati una gomitolo di nodi sotto questa pioggerellina fine e questo vento gelido. È l’ora di jeans e felpa!!
La giornata di oggi è dedicata al Freycinet National Park e alla famosa Wineglass Bay, che si trovano in una penisola più o meno a metà della costa est. Dopo una sana (e ormai abituale) colazione a base di pane e nutella (però il pane è integrale eh!!), arriviamo all’ingresso del parco. Paghiamo, giochiamo un po’ con un wallaby perso nel parcheggio, e poi iniziamo la nostra camminata. Per raggiungere Wineglass Bay bisogna prima fare circa 40 minuti di scale e salita (e si raggiunge il Lookout), poi un’altra mezz’ora circa di discesa (che al ritorno sarà ovviamente una salita ammazzagambe). Il tutto con sta pioggerellina del cazzo sulla testa. Le premesse non sembrano un granché, ma a me camminare piace (ai miei polmoni un po’ meno ma vabbe), e poi i panorami che ci aspettano valgono la pena! Nonostante il cielo incolore, quello che ci aspetta in cima al lookout non presenta neanche una sbavatura: una spiaggia bianca e un mare azzurro che non lasciano nulla all’immaginazione. Certo, vedere tutto col sole sarebbe stata un’altra cosa, ma noi ci accontentiamo! E poi il sole esce davvero, anche se solo per 5 minuti, quando raggiungiamo la spiaggia e ci rilassiamo un po’ sui sassi a ammirare questa bellezza.
Dopo la scarpinata del ritorno ci aspettano altre mete del parco, tutte più facilmente raggiungibili: Cape Tourville con il suo faro e le viste mozzafiato sulle scogliere, Sleepy Bay con la sua spiaggia di sassi e le rocce rosse, Friendly Beaches con le sue spiagge bianche chilometriche. Soddisfatte, ci ributtiamo in macchina per qualche ora e puntiamo – rullo di tamburi – a sud, fermandoci ogni tanto per qualche foto ai lookout. È vero, piove, ma i paesaggi tasmanici sono comunque tanto belli. Quello che nel foto appare grigio, nella realtà è fatto di mille sfumature. Le vallate sono immense e le scogliere si buttano a picco su un mare azzurro e schiumoso. Sì, cioè a me la Tasmania non dispiace proprio!
Raggiungo il mio “picco tasmanico” la sera, quando ci fermiamo in un paesino dove dormire. Questo paesino è un historical town e si trova a circa 20 km da Hobart. Si chiama Richmond e io mi sono già innamorata. Dopo cena e prima che facesse buio ho fatto le mie solite conversazioni internazionali passeggiando per la via principale, per il ponte in limestone (ma come si dice in italiano?) e per il prato lungo il fiume. E mi sono innamorata! Queste casette in legno e pietra, fiori colorati ovunque, il ponte e la chiesetta illuminati, l’ordine perfetto di ogni cosa, io voglio una Richmond 2 ovunque andrò a vivere nel mondo!!

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Niente foto di Richmond sul cellulare purtroppo, ma comunque I love Richmond!

L’intervistata

Ma che bbbbbeellooo! La mia prima (e immagino l’ultima) intervista in qualità di espatriata! Rileggendola mi rendo conto di non aver detto molte cazzate, poteva anche andare peggio va!

Per chi volesse leggerla:

http://www.expat-blog.com/it/intervista/269_agnese-a-sidney.html

Glebe Markets

Prendi un sabato mattina sereno, caldo e soleggiato, una sveglia calma, una camminata rilassante, due chiacchiere e la città che si muove, come sempre.

Il sabato mattina è perfetto per i Glebe Markets.

Non un mercato come tutti gli altri, come quelli a cui siamo abituati noi. Mercati diversi, come questo, quello di The Rocks o di Paddington, che ogni weekend si colorano e si animano.

I Glebe Markets si trovano nel quartiere vintage/fashion di Glebe, con la sua Glebe Point Road piena di ristorantini, cafè ecologici e negozietti nascosti.

E il mercato non è da meno. Bancarelle che vendono di tutto: vestiti vintage, vestiti eleganti e costosi, magliette con le stampe simpatiche, occhiali alla John Lennon, fiori per capelli, borse in feltro, biglietti di auguri tridimensionali, gioiellini etnici, accessori in cuoio. Non si finisce più.

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E poi ci sono loro. Gli unici, inimitabili, banchetti di cibo. Si spazia, come accade sempre da queste parti, dalla cucina cinese a quella rossa, dall’ungherese alla modern australian, dalla turca alla messicana, dall’italiana alla giapponese. C’è l’imbarazzo della scelta e io, in effetti, sono imbarazzata. Mangerei tutto. Alla fine puntiamo sul sicuro: falafel e gözleme. Col formaggio, gli spinaci e i funghi freschi, che bontà.

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Ma poi il dolce è il dolce, e puntiamo su ‘sto banchetto che VABBE. Non commento.

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Prima c’era…

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…e ora guarda caso non c’è più!

Questi non sono mercati qualunque. Hanno il loro sito web, con tutte le spiegazioni per poter affittare uno stand temporaneamente o per sempre, e tutte le foto e le descrizioni e gli eventi. Si tiene ogni sabato, dalle 10 alle 16, con musica dal vivo che rende l’atmosfera, se mai fosse stato possibile, ancora più meravigliosa.

A me piacciono, a me piacciono tanto questi mercati.

Whitsundays, parte 2

Le Whitsunday Islands devono il loro nome all’esploratore James Cook (ben noto a chiunque si interessi minimamente alla storia dell’Australia) che, nel 1770, nel corso del suo giretto intorno a Australia e Nuova Zelanda, scoprì questo meraviglioso arcipelago (e la sua nave si incagliò nella Great Barrier Reef). In realtà, egli non attribuì questo nome alle isole, ma piuttosto allo stretto sul quale navigò, che venne chiamato, appunto Whitsunday’s Passage. Il nome viene semplicemente dal giorno in cui Cook arrivo da quelle parti, ovvero la domenica di Pentecoste (Whitsunday, appunto). Solo più avanti il nome del passaggio venne esteso a tutto l’arcipelago. In origine, Cook e i suoi le avevano chiamate Cumberland Isles, e avevano dato un nome a una sola isola, quella che ancora oggi è conosciuta come Pentecost Island.

 


 

Il sabato ci aspetta la nostra seconda escursione, questa volta con la compagnia Cruise Whitsundays, sicuramente la più grande della zona, e che si occupa di decine di escursioni diverse, nonché degli accompagnamenti all’aeroporto e così via.

La partenza è alle 07.30, sempre da Abel Marina Point, e questa volta ci spostiamo con un traghetto vero e proprio. Sarà anche al chiuso, senza vento e acqua in faccia, ma si balla che è una meraviglia…

Dopo 3 lunghissime ore di viaggio, arriviamo al Reef World.

Dovete sapere che questi geniacci hanno costruito una super piattaforma direttamente sulla Barriera Corallina. In mezzo al niente. Infatti non so neanche di preciso dove siamo, perché intorno a noi, a 360 gradi, c’è solo acqua.

Fantastico.

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La piattaforma

Su questa piattaforma, su due livelli, ci sono un bar, un negozio di souvenir, gli spogliatoi, la terrazza per prendere il sole, tavoli sedie e sdraio e, ovviamente, tutto l’occorrente necessario per snorkeling e immersioni.

Appena arrivati, infatti, la maggior parte di noi (saremmo stati circa 80 persone) ci infiliamo la muta e scompariamo sotto l’acqua cristallina.

Snorkeling, snorkeling e ancora snorkeling, immersa in questa meraviglia che, esattamente come per il giorno prima, non c’è proprio modo di descrivere né a immagini né, tantomeno, a parole.

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La differenza rispetto al giorno prima è data dalla quantità immane di pesci che ci sono qua. Pesci di tutti i tipi, minuscoli o più grandicelli. Pesci che ti circondano a centinaia quando ti ritrovi proprio nel punto dove un tipo dello staff ha lanciato un po’ di mangime in acqua. E poi c’è lui, la star della zona, il Giant Grouper, il più pesce osseo più grande che si possa trovare da queste parti, e un po’ la mascotte del Queensland. Io vorrei aggiungere che questo pesce è davvero simpatico, sembra che abbia due labbroni superfarciti di botulino e mette proprio simpatia.

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L’amico Giant Grouper

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E vogliamo parlare della Grande Barriera Corallina? Durante questa vacanza ho scoperto cose ineteressanti a proposito. Ad esempio, e questo si sapeva già, che si tratta della barriera di corallo più estesa al mondo e della più grande struttura composta da un unico organismo vivente. Quel che ignoravo, invece, è che è composta da più di 2900 barriere più piccole e 900 isole, e che si estende per circa 2600 chilometri. Queste cose me le son segnate tutte perché, come mi accade sempre per i grandi numeri, mi hanno colpito. 2600 chilometri, gente, è più o meno come andare da Milano a Palermo e tornare…mica male.

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Ho cercato di stare in acqua il più possibile, ammirando ogni singolo corallo, salutando i sub a qualche metro sotto di me, sorridendo ai pesciolini che mi sfilavano intorno senza peso. Il problema è che poi mi è inesorabilmente venuta fame 🙂 così sono uscita, abbiamo pranzato sulla piattaforma, e il resto del pomeriggio (giusto un paio d’ore) l’abbiamo passato in altri due posti che la piattaforma metteva a disposizione: l’osservatorio subacqueo, posto proprio sotto la piattaforma, dal quale è stato possibile ammirare ancora tutte quelle centinaia di pesci diversi, e il sottomarino, che parte a cadenza regolare ogni mezz’ora e fa un breve tour lungo la Barriera, permettendo a chi non vuole entrare in acqua di avere un incontro comunque piuttosto ravvicinato con i coralli, separati solo da un vetro. Ed è da qui che, tra un corallo e una vongola gigante, abbiamo visto una bellissima tartaruga marina che se la spassava 🙂

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La visuale dal sottomarino

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Torni dal sottomarino e…la bassa marea 🙂

Le 3 ore del ritorno sono trascorse un po’ meglio, ma comunque lente. La sera abbiamo mangiato (si fa per dire per quanto mi riguarda, perché non stavo molto bene) in un bel ristorantino sull’Esplanade.

 


 

 

E quindi arriva domenica, il nostro ultimo giorno. Ce la siamo presa con calma e abbiamo deciso di camminare il più possibile, viste le ore passate seduti su barche e traghetti nei giorni scorsi.

Perciò, dopo la solita colazione che adesso, se ci penso, mi manca molto, ci siamo fatti tutta Airlie Beach a piedi lungo la costa, così abbiamo avuto modo di vederla meglio (visto che l’avevamo visitata più che altro di sera), e io ribadisco, sena problemi, che questa cittadina è meravigliosa. Troppo.

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Abbiamo continuato a camminare verso sud-est, allontanandoci un po’ dal mare e giungendo fino a Jubilee Pocket, una cittadina minuscola e deserta, manco a dirlo. Questa bella camminata sotto al sole ci ha rigenerato ma anche stancato; prendiamo il bus e giungiamo a Shute Harbour dove, però, rimaniamo pochissimo. Mi aspettavo un paesino, invece ci ritroviamo in un parcheggio, pieno delle macchine di tutti quelli che sono partiti dall’attracco lì vicino, con barche, yatch, canoe e chi più ne ha più ne metta. Però, ai piedi del parcheggio, è possibile prendere queste scale di legno e ritrovarsi al Lions Lookout, dal quale, effettivamente, la vista non è niente male.

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Riprendiamo l’autobus e, questa volta, arriviamo fino al Whitsundays Shopping Centre, perché i miei erano curiosi di farsi un giro in un centro commerciale australiano (la mia mania per i supermercati allora doveva pur venire da qualche parte…). In realtà, stiamo lì poco, e poi ci rimettiamo a camminare, sul sentiero costiero che parte da Cannonvale (dove, più o meno, ci trovavamo) e giunge fino ad Airlie Beach: il Bicentennial Walk. 

Questi luoghi mi sono rimasti nel cuore per la loro pace e la loro bellezza. E infatti, strano a dirsi, questa è stata una delle passeggiate costiere più belle che abbia mai percorso.

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Arriviamo ad Abel Point Marina che sono già le 3 passate, perciò pranziamo con delle buonissime tapas in un ristorante spagnolo, per poi ripartire e fare l’ultimo pezzettino che ci separa da Airlie Beach. Facciamo l’ultimo giro del paese e poi, dopo la sosta in hotel per doccia e co, andiamo a mangiare al ristorante Sorrento (dove avevamo provato ad andare per tipo 3 sere di fila, senza molto successo).

 


 

Il lunedì, tra ultima colazione immensa e valigie, la mattinata passa che è una meraviglia, e abbiamo solo giusto un po’ di tempo per goderci le sdraio a bordo piscina/mare, sotto un sole caldo e un venticello piacevole. Il ritrovo per salire sul traghetto che ci porterà all’aeroporto è a mezzogiorno. All’aeroporto non ci chiedono nemmeno il passaporto. Teneri gli australiani. E così, non appena l’aereo si alza (ai soliti 20 cm dall’acqua) salutiamo questo posto meraviglioso.

Sono davvero felice di aver fatto questa vacanza, e ringrazio tanto i miei genitori per avermi dato la possibilità di vedere e respirare tutta questa inimitabile Bellezza.

 

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Whitsundays, parte 1

Quella alle Whitsundays è stata la mia prima settimana (6 giorni scarsi, a essere precisa) di vacanza vera da quando sono in Australia.

E me la sono goduta alla grande.

Mamma, babbo ed io siamo partiti da Sydney il mercoledì in tarda mattinata, ovviamente facendo le corse, ma questa credo sia una prerogativa della famiglia, nessuna sorpresa.

La sorpresa vera, invece, è stato il meteo. Passare da una super piovosa e ventosa Sydney a un sole sgargiante, che ti fa immediatamente appiccicare i jeans alle gambe, non è stato poi così male..

Dal finestrino dell’aereo, appena iniziamo a sorvolare le isole, inizio a scattare foto a non finire.

Le Whitsunday Islands (o Whitsundays) sono un arcipelago di 74 isole dalle forme e le grandezze più varie, sparpagliate al largo della costa nord del Queensland. Non mi fermavo più a far foto, e rimanevo abbagliata a ogni nuovo profilarsi di costa, a colori indescrivibili, alla piccola ombra dell’aereo proiettata sul mare di un azzurro unico.

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Sotto di noi scorgo una pista d’atterraggio, davvero corta e stretta, e immagino sia riservata a qualche piccolo aereo da turismo o cose del genere.

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La “pista” di Hamilton Island

 

Mentre ci penso, il nostro aereo vira a 180 gradi e punta la pista.

Ehm, un attimo.

Ma veramente?

Ci abbassiamo sempre di più, ormai siamo a pochi metri di quota e io vedo solo acqua sotto e intorno a noi. E alla fine l’aereo atterra sulla pista, a bordo acqua, e inizia a frenare all’impazzata.

E ci credo, diamine.

Morale della favola, l’aereo si arresta a pochi metri dalla fine della pista e fa il suo giro per tornare indietro, con le ruote che praticamente sfiorano il bordo.

Pista per aerei da turismo un piffero!!

 

Ci spostiamo da Hamilton Island, l’isola “commerciale” dell’arcipelago, e raggiungiamo Airlie Beach che, in realtà, si trova sulla terraferma. Sì, insomma, siamo partiti dal continente per atterrare su un’isola per poi ritornare al continente via traghetto.

È tutto molto normale.

Per fare tutto ‘sto viaggio c’è voluto un bel po’, quindi non facciamo in tempo a lasciare le valigie al (bellissimo, fantastico) albergo Coral Sea Resort, che siamo già in città per fare una passeggiata e acquistare le gite per le giornate successive, prima che venga l’ora di cena.

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Il tramonto dal giardino dell’hotel

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Airlie Beach. Umamma gente, che posto meraviglioso.

Tutta la vita si concentra sulle due vie principali: Shute Harbour Road e Airlie Esplanade. È inverno, ma qui la bassa stagione sembra non esistere: tante persone nei locali, negozi aperti fino a dopo cena, tanta musica ovunque. Eppure è tutto così tranquillo, così ordinato. Così perfetto. Talmente perfetto da non sembrare vero. Non c’è una foglia o un granello di sabbia fuori posto. Sembra uno di quei villaggi turistici che vogliono ricreare le fattezze di un paese, ma lo sappiamo tutti che è tutto finto.

Airlie Beach invece è vera…

E a pochi metri dalla spiaggia c’è l’Airlie Lagoon, una specie di parco con delle piscine di acqua di mare coi bagnini sempre presenti, e poi tanto prato, giochi per bambini, ping pong, barbecue (ovviamente), spogliatoi…il tutto con vista sulla baia e le decine di barche e yatch che se la girano lì intorno.. della serie che uno ci potrebbe stare a giornate intere!

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Abbiamo mangiato in un bellissimo rum bar/pescheria, dove si sceglieva il pesce del giorno e te lo cucinavano in mille modi. Il ristorante ci era stato consigliato dalla signora dell’ufficio escursioni, toscana ma emigrata in Australia da talmente tanto tempo che ci parlava in un italiano stentatissimo e a un certo le ho chiesto di tornare a parlare inglese che la capivo meglio!

E intanto i miei cominciavano a chiedersi cosa e come fare per trasferirsi lì…io scuoto la testa, ma come li capisco!

 

 


 

Per il giovedì le escursioni sono tutte strapiene – e meno male che è bassa stagione -. Allora, ci facciamo la nostra colazione stratosferica (perché lo sappiamo tutti che, anche se di solito ti accontenti di una colazione minuscola, negli hotel devi per forza ingozzarti di brioche, muffin, pane con il burro di arachidi e la marmellata, frutta fresca, frutta secca, yogurt, succhi di tutti i tipi e così via. È una cosa che è proprio non so, un obbligo morale. E meno male che non mangio il salato). E poi andiamo a noleggiare la macchina e partiamo verso nord. L’obiettivo era andare dalle parti di Dingo Beach, ma il bivio non era praticamente segnalato quindi, quasi senza neanche accorgercene, andiamo dritti fino a Bowen, a circa 80 km a nord di Airlie Beach. E sono stata contentissima di averlo fatto, perché non lo sapevo, ma a Bowen c’è il BIG MANGO! Non avete idea di quanto sia stata entusiasta di questa fortuita scoperta!!

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In Australia di robe del genere ce ne sono a centinaia, magari ci farò un post ahah.

Ci abbiamo messo un po’ per capire di essere arrivati a Bowen, perché la cittadina era davvero deserta. Però c’erano un sacco di belle casette e ville spaziali, a ridosso del mare, e certe spiagge davvero meravigliose. Poi con la bassa marea, uno spettacolo proprio!

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Ci siamo spostati un po’ in qua e là con la macchina, e abbiamo fatto un picnic su un tavolino in cima a una roccia, dal quale si aveva una fantastica visuale della spiaggia di Rose Bay, una delle 8 spiagge che circondano la città. Era tutto molto tranquillo e ci hanno fatto compagnia i gabbiani (a cui parlavamo come se fossimo tutti amiconi). C’era una bella atmosfera di pace e serenità, è stato proprio bello!

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Rose Bay

A metà pomeriggio abbiamo ripreso la macchina per tornare indietro e, questa volta, prendere il bivio per Dingo Beach e Gloucester Beach. Ho autorizzato babbo a guidare: non proprio abituato a guidare a destra, e costantemente preso dai paesaggi intorno a noi, ci ha fatto passare una mezz’oretta un attimo impanicata! Infatti appena ho potuto ho ripreso il controllo del mezzo 🙂

A Dingo Beach siamo stati poco, ma ci è piaciuta molto. Anche lì è tutto pieno di casette carine, ma sembrava tutto deserto: che pace! Spiaggia lunghissima, infinita, e deserta: una meraviglia.

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Abbiamo concluso la nostra giornata con una visita veloce al Cape Gloucester Beach Resort. Mentre gli ospiti si godevano il loro aperitivo alle luci dorate del tramonto, noi abbiamo fatto una breve passeggiata su questa fantastica spiaggia. Mamma mia, che bellezza. Il mare di un blu intenso, il cielo arancione, la silhouette delle barche che si staglia all’orizzonte, una fila di alberi dietro di noi, e il miscuglio sommesso di musica e voci di chi si sta godendo la vita.

Ciao, rimango qui.

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Siamo tornati ad Airlie Beach e abbiamo cenato in un buonissimo ristorante italiano (grazie mamma e babbo per tutti questi ristoranti italiani in cui mi avete fatto mangiare! Ne avevo bisogno 🙂 ), dove mi sono gustata un risotto ai funghi che ciao proprio.

 


 

 Venerdì, la nostra escursione sul Big Fury!

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Dopo aver riportato la macchina, ci siamo diretti ad Abel Point Marina per incontrare lo staff del Big Fury. Si tratta di una barca/gommone dalla capacità di circa 40 persone. Ovviamente, gli stronzi a cui è rimasto il posto in fondo, dietro il timone, siamo stati noi e altre 8 persone, e parlare dell’acqua che ci siamo presi tutto il giorno è superfluo.. ma è stato divertente!

Anche se l’aspetto senza dubbio più esilarante è stata la nostra guida: un ragazzo abbronzatissimo, con le gambe più secche che abbia mai visto a un uomo, e una faccia che ricordava molto esplicitamente quella di Jim Carrey nel film The Mask. Faceva un sacco ridere, per le sue battute demenziali e le sue espressioni esagerate!

Come da programma, in tarda mattinata ci siamo fermati a fare snorkeling. The Mask ci ha spiegato tutto, dalle cose più ovvie, come l’uso della maschera, a quelle più importanti, come il divieto di non toccare o stare in piedi sulla barriera corallina, una creatura tanto meravigliosa quanto fragile.

Muta, maschera, boccaglio, e via! Io, con la mia Action Cam, le ho fatte un po’ di foto, ma il senso di pace, meraviglia e Bellezza che si prova là sotto è pressoché indescrivibile.

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Tornati tutti sulla barca, ci siamo spostati e, dopo una quarantina di minuti belli ventosi e bagnati, abbiamo raggiunto LA spiaggia, Whitehaven Beach, situata su Whitsunday island, l’isola più importante che dà il nome all’arcipelago.

Purtroppo sono una persona cinica e rompiballe, e non sopporto le cose più disparate. Non sopporto, ad esempio, quando si parla di un bel posto come di un paradiso. Ma che ne sai com’è fatto il paradiso? Bah. Il problema è che qui mi tocca fare quella che non si sopporta da sola, perché insomma, questo posto non sarà il paradiso, ma ci va di sicuro molto, molto vicino.

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Siamo in piscina, in realtà…

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L’escursione prevedeva il pranzo, perciò poco dopo il nostro arrivo ci siamo avventurati all’interno del bosco, dove c’erano dei tavoli di legno e un buffet. Un piccolo pitone se ne stava tranquillamente appisolato alle porte del bosco (lo racconto con tranquillità, sembra, ma non ero tranquilla un cazzo proprio, a essere fine), e una decina di super iguane-lucertole-boh giganti ci giravano intorno. Una situazione tranquilla, insomma.

Abbiamo passato un po’ di tempo lì, e poi tutti di nuovo a bordo per tornare alla base, a Airlie Beach. È stata una bella giornata, terminata in un buonissimo ristorante messicano e con tante stelle sopra la testa.

                                        

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A presto con la seconda puntata!

Settimana 4 (20)

Ritornata alla vita normale, che poi tanto normale non lo è, ma di sicuro più di quello che è stata negli ultimi 10 giorni.

Ritorno indietro nel tempo, a due settimane fa, e me ne sembra passata un’infinità, di tempo, se ci penso.

La mia quarta settimana lavorativa è scorsa senza particolari problemi, con qualche nuovo “caso”, qualche preoccupazione, qualche momento in cui mi sento fuori posto (da brava persona sicura di sé), ma nel complesso non ci si lamenta di certo.

Il mercoledì, dopo il lavoro, ho raggiunto Agnese a Coogee, per l’ultimo saluto. Davvero, mi sembra sia passato tantissimo tempo, è assurdo. Abbiamo passato qualche ora lì a bordo spiaggia, sotto il sole e il vento, con i nostri giri al supermercato, il nostro chai latte, il Tim Tam Slam (e mi si è aperto un mondo), le nostre ultime, indimenticabili passeggiate, e poi l’abbraccio di “addio”, alla fermata dell’autobus e vicine a un cestino puzzolente.

E da lì mi sono ritrovata per così dire sola, ma per fortuna non per molto tempo.

Il venerdì ho lavorato a tempo pieno, 8 interminabili ma quasi piacevoli ore. Ferragosto, manco a parlarne. In compenso, musica reggae dalla scrivania a fianco e tanta rilassatezza.

Il weekend è stato particolarmente bello, ovviamente, perché sabato mattina sono arrivati i miei. Peccato che, insieme a loro, è arrivata anche la pioggia, che da queste parti non si faceva vedere da tipo più di un mese. Approfitto dell’occasione per scusarmi con tutti i Sydneysiders: la pioggia l’han portata i miei, oh, che ci si pole fare. Scusate.

Arrivati presto presto, abbiamo fatto una bella colazione a QVB e poi ci siamo mossi con molta calma verso Manly, dove babbo aveva preso un appartamento fan-ta-sti-co per 4 giorni (e dove ovviamente ho dormito pure io). Ci siamo fatti un giro, pranzo in un ristorante troppo carino, e poi siamo tornati in città, dove abbiamo girato per il mercato di The Rocks. Abbiamo girato in lungo e in largo per la città, ma la pioggia non ci dava scampo e, soprattutto, i miei andavano in giro poco, molto poco più vivi di due zombie, giustamente. Così abbiamo cenato a Darling Harbour, chiacchierato con i nostri vicini di tavolo greci, ammirato i fuochi d’artificio, e poi siamo andati a dormire, e anche alla grande.

Domenica, fortunatamente, è stata una giornata assolata. Dopo la sveglia tardi, ci siamo concessi un buonissimo brunch e poi abbiamo passato qualche ora lì a Manly, tra le vie del centro, il lungomare e la passeggiata fino a Shelly Beach e ai punti panoramici lì vicino. A metà pomeriggio abbiamo preso l’autobus in direzione Dee Why, dove ho mostrato loro (con una non trascurabile quantità di orgoglio, boh) la spiaggia e tutti i “miei” posti. Poi siamo andati un’oretta e qualcosa a casa, alla “mia” vecchia casa, dove i bambini mi hanno accolto con grandi baci e grandi abbracci e un pic nic speciale per me sul tappeto in camera di Issy. Non posso dimenticarmi di quanto sono meravigliosi questi bambini. E anche CJ e Scott sono stati adorabili, ci hanno offerto un fantastico aperitivo e abbiamo chiacchierato e riso senza alcun problema (beh, l’inglese maccheronico del mi babbo farebbe effettivamente ridere chiunque). Sono stata contenta di averli rivisti, di stare 5 minuti nella mia vecchia stanza, a saltellare sul letto coi bambini, e stare con tutti loro senza dovermi sentire nel posto sbagliato. Vorrei rivedere i bambini tanto presto!

Abbiamo completato la giornata con una bella cena allo Steyne e un bell’hamburger di barramundi per me.

Una settimana semplice e bella. Bello, soprattutto, abbracciare i miei genitori, ricevere tutti i vestiti e i giornali e i loro piccoli regalini, fare tante chiacchiere e, semplicemente, passare il tempo insieme. E quanti cenni di assenso col capo, ogni volta che entrambi constatavano che, in effetti, si vive bene in Australia.

Qui si sgobba gente!

E io che pensavo di avere tanto tempo libero…

In previsione del ritorno dei genitori (ormai mancano SOLO 5 giorni, aaaaargh), dopo le solite cose e dopo che i bambini sono andati a scuola, io e la nonna abbiamo passato tutta la mattinata a pulire approfonditamente. Certo, in quanto ragazza alla pari non sono certo tenuta a farlo, però mi dispiace far fare tutto a lei, e poi mi fa piacere che tornino e trovino la casa bella in ordine.

Dopo un pranzo molto sostanzioso che mi vergogno a scrivere, ho passato il pomeriggio a “lavorare”, fare traduzioni, fare palestra, insomma qui non c’è mai un attimo di pace! Però sono molto contenta J

Dopo la doccia bollente, sono salita in cucina a preparare le polpette di spinaci per me e la nonna, mentre i bambini mangiavano la loro salsiccia con contorno di riso al ketchup.

Stendiamo un velo pietoso.

La nonna ha talmente apprezzato le mie polpette che mi ha chiesto di scriverle la ricetta!!

Quando può rendere felici quando una nonna ti chiede una ricetta????

Adesso lavoricchio un altro po’ e poi leeeeetto, evviva. Grazie, letto, di esistere. 

The best of Australia

Svegliarsi alle 06.30 pure di sabato fa male. Proprio tipo come un pugno in testa. Ma sapevo che sarebbe stato un pomeriggio da lode, per cui mi sono alzata a preparata con entusiasmo. Pigiama, spazzolino e tanto cibo in borsa, e via.

Raggiungo la città, colazione reale mentre aspetto Agnese e poi prendiamo il treno. Il mio treno australiano, tutto bello lilla (quello del ritorno sarà tutto bello verde). Direzione: Morriset, una piccola, e vagamente triste e malinconica, cittadina a circa due ore a nord di Sydney. Dopo aver comprato il pranzo per Agnese, chiediamo all’indiano commesso di un brutto negozio dove fosse il Morriset Park (leggi: un superimmenso prato verde che affianca l’ospedale psichiatrico e il Lake Macquarie).

Il commesso indiano ci dà le indicazioni e, quando gli chiedo quanto ci vorrà per raggiungerlo a piedi, con una faccia mesta mesta mi risponde: eeeeh, parecchio.

….tipo quanto?

Eeeeeh, almeno 15 minuti.

E sticazz!

Ci incamminiamo belle arzille e, raggiunte le porte del bosco, una ragazza (incinta e con ben due seggiolini nei sedili posteriori: poche distrazioni a casa sua, probabilmente) ferma la sua jeep vicino a noi e ci chiede da dove siam venute a sapere di questo parco, che ci vede sempre un sacco di turisti ma nessuno fa mai pubblicità. Le rispondiamo che su facebook si trova qualsiasi informazione, un saluto amichevole e ci incamminiamo di nuovo.

Dopo circa 6 minuti, una macchina ci si accosta di fianco. La ragazza, dopo l’inversione a u, accosta il finestrino e ci dice: mia mamma arriverà in stazione fra qualche minuto, quindi ho ancora tempo: saltate su che vi do un passaggio.

Il flash nel mio cervello malato (secondo il quale quella non era una vera pancia, ma un astuto nascondiglio di armi da fuoco e accette varie, e la simpatica ragazza senza distrazioni era in realtà una psicotica adesca-ragazze-innocenti) si infrange dopo 1,7 secondi: saliamo su e, giunte a destinazione 5 minuti dopo, ringraziamo circa 468365 volte, ancora un po’ intontite dalla gentilezza senza dietrologie che a volte si manifesta ancora, a questo mondo.

Facciamo qualche passo incerto tra fango e decine, centinaia, migliaia, milioni, MILIARDI di palline di cacca. Poi, all’improvviso, eccoli.

Sono decine. Tipo 70, 80. Sono tutti eretti, immobili, e ci fissano. Ci fissano attentamente.

Sono canguri.

Canguri in ogni dove.

Questo grande giardino dell’ospedale psichiatrico è casa naturale di decine e decine di canguri. Molte persone vengono qui, probabilmente spinte (come noi) dal passaparola, perché effettivamente su internet non si trova nessuna informazione precisa. Perché non è uno zoo, né un parco a tema, né chissà che cosa. Solo un posto dove loro vivono beatamente, senza rompere le palle a nessuno.

Ed è meraviglioso.

Rimaniamo immobili a fissare loro, che ci fissano immobili.

Ora, i canguri sono tanto carini eccetera.

Ma vederne decine che ti fissano, con quegli artigli di tipo 7 centimetri che potrebbero tranquillamente provocarti una cicatrice da sfoggiare allo show dei record, ecco, non è cosa carina.

Ci avviciniamo piano. Un gruppetto di ragazzi asiatici prova a dare loro da mangiare. Tiro fuori un pezzo di pane (anche se il pane uccide i canguri, ma io non lo sapevo. Fortuna che avevo solo una fetta, distribuita in dieci canguri diversi, non credo di aver provocato l’estinzione della specie) e, all’improvviso, 4 canguri iniziano a saltellare verso di me.

E saltellano veloci, quelli. E dritti dritti verso la preda.

Insomma, per farla breve, abbiamo passato i primi 20 minuti immerse in una lieve sensazione di panico mista a una eccitazione quasi infantile. Certo, quelli si avvicinano proprio tanto.

Ma dopo, beh, dopo è cambiato tutto.

Grazie alla visione di bambini minuscoli che si avvicinavano senza pericoli e a un ragazzo coreano che mi ha chiesto di fargli 753965 foto con il suo nuovo amico Canguro, io e Agnese siamo piano piano riuscite ad avvicinarci, a toccarli, accarezzarli, senza paura di ricevere un’artigliata nell’occhio sinistro. Dopo aver capito che sono estremamente pacifici e che non ti fanno del male fino a che non li disturbi troppo, basta, non siamo tornate più indietro. Foto, foto, foto, mentre li accarezzi, mentre li abbracci, mentre ci parli e loro ti guardano rapiti, mentre gli allunghi una carota e loro allungano le zampe tenerissimi, mentre si grattano come umani, mentre la mamma porta a spasso il cucciolo nel marsupio, e ovviamente gli autoscatti non possono mancare. Perché se non hai un autoscatto con un canguro, insomma, non sei nessuno. Va detto.

Alla fine, non eravamo più noi a scappare da loro, ma loro a scappare da noi e dalle nostre macchine fotografiche. Sono timidi, mi sa. Ma anche estremamente buffi. Alcuni più socievoli, altri proprio no.

Una gioia, davvero, una gioia.

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Mi è sembrato di essere stata nell’Australia più pura, più vera. Cos’è l’Australia senza un canguro? E com’è bello circondarsi di animali veri, liberi, senza gabbie o altri impedimenti fra noi e loro? E com’è bello vincere l’ansia e sentirsi a un certo punto di poter essere amica di tutti loro? Di iniziare, dopo sole due ore, a riconoscerli in base all’orecchio mozzo o alla macchia sul naso?

Che gioia. Solo una grande, grande gioia.

 


 

Abbiamo fatto un pic-nic sulle rive del lago e poi, dopo un’altra oretta coi canguri, abbiamo raggiunto la stazione insieme al ragazzo coreano di cui sopra, che cercava di parlare in un inglese stentato e a imparare l’italiano allo stesso tempo. Purtroppo, nessuna ragazza gentile ci ha offerto un passaggio al ritorno, e quindi ci siamo fatti una bella ora di camminata nel bosco. Raggiunti la stazione, siamo crollati sul treno.

Arrivate a Sydney, Agnese è andata a casa a cambiarsi e io, col cellulare tragicamente morto, ho aspettato a Town Hall, nella speranza che lei facesse presto o che Martina passasse a prendermi. Invece sono stata lì due ore e un quarto. Fortuna che avevo un libro…

Quando Agnese è tornata, siamo andate a Darling Harbour e abbiamo visto l’Aquatique, uno spettacolo di luci e acqua che viene proiettato ogni giorno in occasione del Vivid Sydney. Dopodichè, ci siamo incontrare con Laurel e Maria, abbiamo cenato (da ingorde schifose, perché ci piace così) e siamo rimaste lì, con altri loro amici, a chiacchierare tutta la sera. Arrivata l’ora di spostarci in qualche locale io e Agnese, ubriache e barcollanti e dicenti-cose-senza-senso dalla stanchezza, ci siamo invece spostate verso casa sua, dove abbiamo visto un film sotto le coperte e crollate alle 3 del mattino.

To the lighthouse

Segue la saga del MaleficoVialetto:

ieri sera, al buio e con la torcia, nessun opossum in vista, vivo morto o x.

Stamattina, trasformato in DeliziosoSentiero, scorgo sul suo ciglio, sull’erba, il corpicino dell’animaletto, indissolubilmente morto.

Stasera, tornato Malefico, il corpo è di nuovo lì, proprio in mezzo alla striscia di asfalto.

Ma come fa? Ma allora è vivo? O si sposta da morto? O è qualche sociopatico squilibrato che lo sposta?

Mistero. Paura. CHE ANSIA.

 

Oggi era una fantastica giornata e io, Agnese, Alex e Marion siamo andate a Palm Beach. Dopo aver preparato me stessa, la borsa di Mary Poppins e la lunch box, le ho raggiunte in autobus e, dopo un’oretta di viaggio verso nord, siamo arrivate. Abbiamo iniziato la mattinata con un bel Chai Latte (lo amo alla follia!) e la giacca perché faceva freschino. Ma dopo, stese sulla sabbia, abbiamo resistito al vento e alle nuvole e, alla fine, il sole è arrivato in tutto il suo splendore (e calore, che la mia pelle odia, ed è per questo che mi sta salutando, staccandosi da gambe e braccia e disperdendosi miseramente lungo la strada).

 

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Abbiamo passato la giornata su questa meravigliosa spiaggia, prendendo il sole, pisolando, chiacchierando, mangiando (strano), facendo il bagno. Il mio primo bagno in acque australiane. Acque non particolarmente meravigliose, ma sicuramente piene di onde belle grandi con le quali è stato bello giocare per un po’, incastrata tra bambini stracontenti e surfisti straprestanti. Poi, dopo la 9562356 volta che le mutande del costume mi arrivavano alle ginocchia, e dopo aver preso un’onda in faccia mentre parlavo e aver bevuto un paio di bocce d’acqua di mare, ho deciso che fosse abbastanza. Ma è stato taaaanto divertente!!

 

A metà pomeriggio abbiamo iniziato la nostra camminata, prima sulla spiaggia, e poi lungo il sentiero che porta al faro. La spiaggia di Palm Beach si trova sul lato est della lingua di terra che si attacca alla Barrenjoey Aquatic reserve. E in cima c’è il faro. E per arrivarci un sentiero ripidissimo ma che, come ogni sentiero ripido in posti favolosi, ripaga in abbondanza con uno vero spettacolo per gli occhi:

 

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Dopo essere tornate giù alla spiaggia e aver ammirato ville fantastiche, abbiamo fatto un pit stop al bar (mangiare, bere, cose ovvie) e poi siamo ripartite col bus.

Il mio sabato sera lo passerò a casa, insieme ai miei amici relax, skype, partita-in-streaming e meglio-se-non-esco-visto-che-domattina-mi-sveglio-di-nuovo-prestissimo.

Ciao, un saluto da me e dall’opossum (faccio tanto la simpatica ma ho una paura fottuta del MaleficoVialetto).

 

 

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È che ho fatto 25 anni

Eh sì, non può passare inosservato.

È il mio compleanno.

In questo momento mi viene in mente il conto alla rovescia che facevo prima dei miei 18 anni. Avevo iniziato una cosa come 200 giorni prima, e ogni mattina appena arrivavo in classe lo scrivevo sulla lavagna, grosso come una casa: -124 giorni al mio compleanno!

Ma dico io in che condizioni.

Comunque, oggi ho fatto 25 anni, o come dicono molti, un quarto di secolo. A me questa espressione ricorda un quarto di pizza, non so perché.

Oddio ma come sono messa.

Comunque, niente, nei giorni scorsi pensavo che questo sarebbe stato un compleanno di merda, e invece, anche lui è stato speciale, a suo modo.

Io ci tengo al mio compleanno, non sono come quelli che non festeggiano mai o che si lamentano che stanno invecchiando. A me piace festeggiare, semplicemente per essere un po’ al centro dell’attenzione della gente che mi vuole bene. Almeno una volta.

Così ero un po’ triste, pensando che la gente che mi vuole bene è lontana e, a volte, i messaggi, skype e le chiamate non bastano.

Arrivata alla fine della giornata (ok, sono le 20.30, ma la giornata è finita ahahah), sono proprio contenta.

Mi sono svegliata alle 05.40, non proprio carica come una molla, ma vabbè. Ho iniziato con una telefonata di Wally che mi ha raccontato le sue disavventure, e poi ho iniziato a tagliare frutta, riempire panini, lavare contenitori di plastica, insomma le cose normali. Prima della scuola, tutta la famiglia si è riunita e Billy mi ha consegnato il biglietto di auguri:

 

IMG_0060Il regalo: una lezione di surf alla scuola di Manly. Non posso far altro che pensare: oddio-che-figure-di-merda-non-riuscirò-neanche-a-alzarmi-in-piedi.
Però sono contentissima!!

Dopo, Issy è andata a scuola e Billy a calcio, così ho avuto circa 3 ore libere e sono uscita con Martina. Colazione mega (in termini di calorie e di dollari), passeggiata, aria di mare,

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surfisti in cerca dell’onda perfetta (e di onde –grosse- ce n’erano parecchie oggi),

Onde molto piccole

fermata in libreria a prenderci libri in inglese, cose così. È stato piacevole e soprattutto, ora che so che condividerò le mie figure di merda sulla tavola da surf con lei, mi sento molto meglio!

Billy è tornato e ho passato un bel primo pomeriggio con lui, a leggere, guardare il libro della lego, montare la tenda in camera sua, cose così. Ok, ieri era una palla, ma questo bambino è una creatura adorabile, va detto.

Quando Issy è tornata da scuola, CJ ci ha portato tutti al campo sportivo e, mentre Issy giocava e Cj allenava a netball, Billy scorrazzava in bicicletta con il suo amico del cuore Tommy e io mi godevo il sole e le urla spensierate.

A casa, sono rimasta con loro fino a mezz’ora fa, e abbiamo avuto modo di fare mille cose: non solo tv, docce e compiti, ma anche i brownies e una fantastica cena a base di piadina (con la salsa Boulouniesiii, of course).

Making wraps for the three of us!

Issy ha lavato i piatti al posto mio (tanto amore per lei oggi) e insieme abbiamo spento le candeline sui brownies, dopo che loro mi hanno cantato uno sgangherato ma dolcissimo “happy Birthday to you”.

 

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Poi la loro giornata è finita, e devo dire che guardare Billy addormentarsi o fare gli esercizi delle spelling words con Issy è davvero bello.

Quanto durerà questa loro forza angelica???

Non so, intanto oggi me la son goduta 🙂

 

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