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Archivi categoria: Scattered thoughts

Racconti, aneddoti, riflessioni, cose comiche o tragiche. E anche tragicomiche. Insomma, l’angolino dedicato a cuore e cervello.

Quello che mi mancherà di Sydney

Siamo DAVVERO arrivati alla fine della mia permanenza a Sydney e io ancora non è che ci creda molto. Come capita sempre, a tutti, del resto. Credi di essere preparata e poi però ci rimani sempre un po’ così, tra l’eccitato e l’ansioso!

Le cose che mi mancheranno di Sydney, prepariamoci, sono tante. E vi assicuro che sono tutte molto, molto belle.

  • Camminare dai 2 ai 15 minuti e ritrovarmi praticamente in qualsiasi luogo “utile” o attrazione turisitica. Per 4 mesi ho abitato in culo al mondo, per 6 mesi al suo centro, e me lo sono goduta al massimo. Qualsiasi luogo d’incontro era a portata, e quando mi accorgevo che mi mancava qualcosa, fare un salto al supermercato ci voleva meno che anche solo pensarlo!
  • Hyde Park, perché era a pochissimi minuti a piedi da casa mia, e perché è il posto dove mi sono rifugiata parecchie volte, nei momenti più difficili o stanchi della mia permanenza. Perché mi bastava sdraiarmi a contatto con l’erba verde brillante per sentirmi subito più al sicuro, intorno alle persone che prendevano il sole o che si allenavano, agli anziani che passeggiavano, ai ragazzini sullo skateboard. Per l’ANZAC Memorial e la storia che si porta in grembo, per la Pool of Reflection e la fontana, i viali e ogni singolo albero. Per i festival che vi si svolgono all’interno, intrisi di un’atmosfera unica. Persino per i flying fox!
  • So che si tratta di un altro parco e che sono monotematica, ma…i Royal Botanic Gardens. E quell’angolo di prato perfetto, con il Main Pond dietro, gli ibis bianchi coi loro lunghi becchi che ti girano intorno senza disturbare, la palma sopra di te che getta ombre irregolari, e di fronte Farm Cove e la baia intera. A destra prato immenso e alberi, a sinistra mezzo Harbour Bridge e un paio di punte dell’Opera House. Sì, quel posticino preciso lì mi mancherà, essendo il punto che della città preferisco in assoluto.
  • La totale impassibilità che ti circondava quando camminavi per le vie del CBD conciata come una senzatetto. Quante volte sono andata al supermercato in infradito, maglietta e pantalocini che uso come pigiama, senza trucco, con i capelli sfatti e con portafoglio e chiavi di casa in mano? Nessuno ci ha mai fatto caso, e comunque ci sono cose ben peggiori. Chiunque può andare in giro per Sydney con qualsiasi cosa addosso, qualsiasi colore e piega di capelli, con gli accessori più strani e…nessuno (se non i turisti, magari) ti guarderà mai male. Questo totale senso di libertà di espressione mi dava fastidio all’inizio, da buona italiana; ma poi ti ci abitui e non ne puoi davvero più fare a meno!
  • La mia casa, il mio letto incasinato e comodo, le coinquiline che vanno e vengono, l’organizzazione perfetta degli spazi stretti e il non sentirsi mai soli. Soprattutto, il poter scendere 13 piani in ascensore e ritrovarsi in palestra o in idromassaggio. Va detto, però, che una casa bella pulita immacolata mi manca da tanto!
  • I magnifici monumenti e palazzi, le meravigliose opere architettoniche: l’Opera House, l’Harbour Bridge, QVB, Town Hall, St. Mary’s Cathedral, il porto illuminato di Darling Harbour, la Westfield Tower, la Library of NSW. Ma ogni singola costruzione mi rimarrà nel cuore: dai grattacieli altissimi e vetrati alle casette a mattoncini di The Rocks che si rincorrono ai lati dei vicoli, fino alle mie preferite, le minivillette a schiera in stile vittoriano, con il minuscolo giardinetto e le ringhiare lavorate, quelle più nuove e quelle malmesse, quelle piccole e quelle grandi, a Surry Hills o a Darlinghurst, insomma io le amo!
  • Il fatto che a Sydney c’è un evento ogni giorno, e che starci dietro è praticamente impossibile. Un festival, una mostra a cielo aperto, una corsa di beneficienza, stare fermi è sconsigliato! E poi, ogni settimana è “la settimana del…”, ma come fanno?? Io, purtroppo non ho partecipato a molte cose: il Vivid Sydney, l’Art & About, lo Sculpture by the Sea, il Sydney Fest, l’Italian Festa, il Sydney Summer Fest… senza contare le milioni di cose che vengono organizzate per le festività, come quelle a cui ho avuto la fortuna di partecipare: il Royal Easter Show, l’ANZAC Parade e i Christmas Carols. Insomma, chi dice che a Sydney ci si annoia (e ne ho sentite davvero di persone che lo dicono), mi spiace ma non ci ha capito molto!
  • Il prendere in mano la guida il venerdì e decidere cosa fare nel weekend! Posti sempre nuovi da scoprire, e le mie chilometriche camminate in solitaria con gli occhi a cuoricino. Muovermi da turista, come e dove mi pare, coi miei tempi e seguendo i miei interessi, godendo di panorami ogni giorno diversi, fermarmi a leggere qualche pagina sul prato e poi ricominciare, e fondere la macchina fotografica!
  • Il senso di comunità e di solidarietà che, in un modo o nell’altro, ho avuto modo di respirare in questa città. Nelle occasioni più allegre, come nei mercati rionali di vintage o nei festival; in quelle più tristi, come la morte di un vicino di casa o l’uccisione di due concittadini da parte di uno squilibrato; per non parlare delle occasioni celebrative, come in quei giorni in cui si ricordano i militari caduti nelle guerre non loro; ma anche nelle situazioni più quotidiane, dove ogni bel gesto si confonde con la normalità. Ecco, in ogni occasione ho visto con i miei occhi una solidarietà, una vicinanza, un calore, una dignità, un senso di appartenenza e di comunità, una sincerità di cuore che io raramente ho visto altrove. Davvero raramente. E tutte queste cose erano così dense nell’aria che le sentivo sulla pelle e mi veniva la pelle d’oca. Certo, il popolo di Sydney non è perfetto e tanti difetti ce li ha di sicuro. Però queste cose sono reali, non le avevo mai sentite, e qui invece sono presenti con una forza tale che capisci perché questa città non cadrà mai e comunque si rialzerà sempre e sempre.
  • Tutte le persone che ho conosciuto in queste 42 settimane. Dalla famiglia ospitante alle amicizie più grandi e forti che ho costruito e alle coinquiline; dai miei meravigliosi compagni di corso ai miei studenti, fino ai colleghi di lavoro e i clienti. Mi rendo conto di quanto cliché sia quello che sto per dire, ma ho davvero tratto qualcosa da ognuno di loro. Non avendo conosciuto centinaia e centinaia di persone, ognuna mi è rimasta impressa per qualche motivo, quasi sempre in positivo, e sarà difficile scordarsi i loro nomi, i volti e gli episodi che abbiamo vissuto insieme.
  • Sarà stupido dirlo ma…il sentirmi a casa. Il sentirmi a casa in una città così lontana, così grande, così diversa e multiculturale. Sentirmi a casa quando sono in strada e per caso incontro un amico (cosa che non succede neanche nel mio minuscolo paesino). Sentirmi a casa quando un turista mi chiede indicazioni e mi accordo di sapere l’ubicazione di tante strade del centro e il numero di tanti autobus. Sentirmi a casa entrando negli stessi negozi di sempre, facendo gli stessi movimenti di sempre, e quei piccoli automatismi che in situazioni normali ti farebbero sentire in gabbia e qui invece… qui, invece.

La voglia di meravigliarmi, rimanere affascinata da ogni minimo dettaglio che cattura il mio sguardo, di non perdere neanche un minuto a “rilassarmi” e di vivere al massimo; la capacità di adattarmi a ogni situazione e di vedere il bello (bellissimo) in ogni cosa.

Sono tutte cose che ho sempre avuto dentro, ma che avevo dimenticato. Sydney ha fatto riaffiorare tutto quanto e io non gliene sarò mai abbastanza grata. Io non so se 10 mesi bastino per sentire un luogo come uno dei propri luoghi del cuore ma..è certo, Sydney lo è e non ho dubbi che lo sarà sempre.

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C’è una parte del genere umano

Sono una che, nel bene o nel male, riflette sempre molto, su praticamente tutto ciò che le accade intorno. Purtroppo (o per fortuna) non mi faccio coinvolgere dai grandi temi, dalle guerre e le ingiustizie e le brutture politiche intorno al mondo; rischio di risultare disinformata o menefreghista, ma non posso farci molto, il desiderio di sapere tutte queste cose non mi appartiene. Però tutto quello che mi capita intorno, e che riesco a vedere da vicino, mi tocca molto, sia una cosa triste o allegra, piccola o grande, importante o frivola.

Quello che è successo nelle ultime 48 ore qui a Sydney, ovviamente, mi ha toccato. Mi ha toccato davvero tanto, forse più di quello che mi sarei aspettata; ma soprattutto mi ha dato modo, ancora una volta, di riflettere e di osservare l’eterogeneità dell’essere umano.

Quindi, due mattine fa un tipo è entrato armato in un bar e ha tenuto in ostaggio 17 persone per circa 16 ore. Questo bar si trova a 10 minuti a piedi da casa mia e a circa 20 dal mio ufficio, dove mi trovavo quando ho appreso la notizia. Da quel momento, alle 10 del mattino, mi sono incollata a internet, aggiornando le news ogni 5 minuti e non riuscendo a concentrarmi particolarmente sul lavoro. Le scadenze e le urgenze prenatalizie sono andate a farsi fottere. Intorno a me, tutti i miei colleghi tranquilli, che fanno le cose di sempre e, se esce fuori il discorso, fanno battute e ridono.

Ridono, e un chilometro da noi 17 persone sono sotto tiro di pistola.

Io faccio finta di niente ma evito di parlare con tutti. Una ragione particolare per cui questo signore deficiente abbia scelto quel bar sembra non esserci. Per cui mi chiedo che cosa sarebbe successo se fosse entrato nel bar qui vicino. Mi faccio mille domande che iniziano con “E se…”, domande che non avranno mai risposta, perché niente di tutto ciò che si trova nella mia testa è realmente capitato.

I miei colleghi mi parlano, io rispondo a monosillabi. Uno di loro, il mio amico omone colombiano, mi dice che andrà tutto bene perché il terrorismo in Australia non esiste e questo è soltanto un cretino e tutto si risolverà. Io continuo a chiedermi da dove provenga l’insensibilità delle persone, che continuano a ridere e scherzare come niente fosse, a prendersi caffé e camminare spensierati per le vie del centro. O forse, forse non è insensibilità. Magari no, ma continuo a chiedermi come potrei chiamarla, allora.

Entro su Facebook perché so già che ci saranno migliaia di commenti sulla vicenda, e io ne sono inspiegabilmente, quasi morbosamente attratta. Leggo qualcosa, rimango schifata, dopo 2 minuti chiudo perché mi viene da urlare e divento rossa in faccia per la vergogna di aver anche solo letto quelle cose. Perché tu puoi ridere e scherzare sulle tue cose, facendo finta che nulla stia succedendo, magari per farti forza o per distrarti, ma come puoi fare ironia sulle persone che sono sotto tiro in quell’esatto momento? Devo smettere di pensarci.

Passo tutto il giorno in uno stato un po’ confusionale, a metà tra la distrazione e il pensiero fisso. Dopo pranzo chiamo la mia amica che lavora in un bar vicino all’Opera House; mi dice che hanno dovuto chiudere e che lei se ne sta andando con una collega al mare per allontanarsi il più possibile dalla città, visto che ci sono poliziotti con i cani in tutta Circular Quay a cercare possibili bombe. A me viene quasi da ridere, da quanto sono in ansia. A fine giornata, controllo la diretta per l’ultima volta prima di tornare a casa, e viene fuori che questo cretino potrebbe aver messo bombe in giro per il centro.

Io, in centro, ci abito, ci lavoro, ci vivo.

Vado a casa con passo svelto ma incerto, i miei occhi sono radar e ogni movimento sospetto mi fa sobbalzare. Passo la serata cercando di distrarmi, guardando un film e non pensando, per quanto sia possibile. Mi sveglio e controllo subito le news, leggendo le notizie minuto per minuto. Due persone (perché quello non lo considero neanche) sono morte, 5 ferite, e a me scendono le lacrime.

E passo tutta la giornata triste, a non voler parlare con nessuno perché non sopporto la voce, le risate e le battute di nessuno. Soprattutto di quei coglioni che fanno battute sulla vicenda e sulle morti. Che “coglioni”, poi, è quasi un complimento.

Io non so di preciso perché questa cosa mi abbia toccato così tanto, infinitamente di più rispetto a qualsiasi persona con cui ho parlato in queste 48 ore. Forse è perché è capitato così vicino a me, proprio fisicamente. Forse perché è stata minacciato il centro cittadino dove io trascorro tutta la mia vita. Forse perché è una cosa a cui proprio non sono abituata.

Il fatto è che io NON voglio abituarmi. Certe persone mi hanno detto che nei loro Peasi di provenienza queste cose sono (o erano) all’ordine del giorno, per cui non si scandalizzano. Un mio collega al corso, quando mi ha visto scossa, mi ha detto: “Ah, that’s nothing! Come to Israel and you’ll see such things every day”.

Forse quindi è questo. La gente intorno a me è assuefatta alla violenza, alla morte, alle armi, al pericolo. Tutto è diventato quasi normale, sempre un po’ più accettabile. 17 ostaggi in un bar e due morti non sono niente, in confronto a tante altre cose che succedono.
Allora è giusto ragionare così? Non preoccuparsi, indignarsi, meravigliarsi più di niente? Rimanere insensibili, quasi intorpiditi di fronte a ciò che ti capita intorno, persino quando ce l’hai sotto al naso? Fare battute deficienti e selfie da coglioni per indorare una pillola amarissima ed esorcizzare un dolore che ormai non si prova più? E, soprattutto, pensare che tanto a te non capiterà mai, perché a te le cose vanno sempre bene e sarai sempre invincibile?

Io non voglio vivere così. Non voglio vivere come se niente al mondo non importasse più. Amo meravigliarmi per le cose belle, anche per quelle normali, e credo sia legittimo farlo anche per quelle brutte. Non voglio chiudermi nella mia scatola e pensare che, finché sto li dentro, andrà tutto bene. Non voglio diventare insensibile e pensare solo ai social network e a farmi bello davanti agli altri con battute IDIOTE e senza senso.

Allo stesso tempo, in realtà so perché sono rimasta così scossa. Perché, oltre a tutto questo, non voglio neanche dover essere sempre impaurita. Sono sicuramente esagerata, forse ho visto troppi film. Ma non chiedo molto, voglio solo un posto nel mondo dove sentirmi al sicuro. Dove non ci sia nessuno che mi rompe il cazzo, che sia con una pistola o con un cervello da topolino da laboratorio. Dove possa sentirmi libera e dove possa coltivare la mia serena, normalissima, vita. L’Australia era quel posto, fino a due giorni fa, e ora un po’ della sua innocenza è andata persa.

Da tutto questo schifo, però, torno a guardare lo smile che mi disegno ogni mattina sulla mano sinistra, per ricordarmi di sorridere e di vedere il buono ovunque. Voglio ricominciare e concludere la mia permanenza in questa città amandola, come e più di sempre, guardando i colori natalizi che non si sono spenti, gli autobus che si sono limitati a cambiare tratta ma non si sono fermati, e tutte quelle persone che hanno portato i fiori e hanno pianto con me, anche se a distanza.

C’è una parte del genere umano che, seppur sempre più limitata, rimane pulita, pura e genuina. Una parte che sa piangere, stringere una mano e meravigliarsi. Una parte che sa tacere, quando è il caso di farlo, e che sa riconoscere ancora le cose importanti della vita.

Questa è la parte in cui voglio credere.

IL puntino

Mi sembra di essere in un film. O in un video musicale. Sullo schermo tutto si muove, a velocità aumentata, e ogni contorno è sfocato, ogni colore è sfumato. I suoni si perdono, le luci e le ombre si mischiano.

Io. Sono concentrata.

Tutto quello che mi capita, tutti e tutto ciò che mi sta intorno è solo quello, è solo un contorno. Sono grata per ogni piccola cosa, per ogni singola persona, per ogni anche marginale esperienza. Accolgo tutto con grande cuore, non chiederei di più, non cambierei niente.

Ma io, sono concentrata.

In mezzo a tutto questo. In tutto ciò che si muove a velocità aumentata, a ogni contorno sfocato, a ogni colore sfumato, a ogni suono perso, a ogni luce che si mischia con l’ombra. In mezzo a tutto questo. C’è un puntino. Nitido. Perfetto. Io sono concentrata su quel punto. E non sono solo io, a essere concentrata. Ogni centimetro di me è concentrato. Ogni mia emozione, ogni mia sensazione, tutte concentrate. C’è una forza, misteriosa ma inarrestabile, che spinge dal mio stomaco, da ogni millimetro sottopelle. Mi spinge, e mi fa inevitabilmente camminare avanti. Verso quel punto. La forza di gravità e tutte le forze del mondo mi spingono. Verso quel punto. Non distolgo lo sguardo, non sbatto le palpebre a costo di lacrimare, non mi fermo agli ostacoli a costo di sanguinare; e niente, niente, niente intorno a me può distrarmi.

È un all in. Punto tutto. Tutto ciò che ho, tutto ciò che sono. Punto davvero tutto su quell’unico puntino nitido in mezzo a tutto questo movimento a velocità aumentata. Ci investo tutto, e so che è giusto. Sono pronta, è quello che DEVO fare. Devo farlo per me.

Io non posso perdere. Non posso perdere, non posso perdere, non posso perdere.

Essere lontani: istruzioni per l’uso cercansi

È stata una giornata pesante.

Tutto nasce dal fatto che mi sto veramente impegnando in ogni cosa che faccio. A lavoro le ore sembrano il doppio, perché ho tante cose da fare, tutte diverse tra loro, liste su liste per non scordare niente, compiti che si accavallano e il non riuscire a dire di no. Mi piace, ma è pesante. Poi c’è il corso che, bellissimo e interessantissimo e fonte di immense soddisfazioni, ma anche estremamente intenso e portatore di stress, aspettative da soddisfare, livelli da raggiungere, tentativi di sentirsi all’altezza, paure. Poi ci sono le cose più futili, ma per me non meno importanti: cercare di godermi questa città senza farmi mancare niente e riempire ogni buco libero per non considerarlo sprecato e non dovermi pentire, tentare di destreggiarmi tra il risparmio dei soldi, il mangiare bene, il concedermi le cose. I viaggi che vorrei fare immensamente e la preoccupazione di dover rinunciare a qualcosa per mancanza di soldi, tempo, compagnia, possibilità. Tutte le ore che vorrei passare in palestra o a fare attività perché essere così sedentaria mi rende nervosa e triste, ma non potere perché quelle ore a disposizione, semplicemente, non ce le hai. Poi sto ore e ore al computer ogni giorno, cerco di distrarmi quando posso, ma non è mai abbastanza, e poi il caldo che io non sopporto, e tutto quanto mi fa dormire poco e male, quando invece dovrei essere riposata per rispondere a tutti i miei compiti in modo lucido ed efficace. Riesco ancora a essere brillante a lavoro, a progettare lezioni quasi perfette al corso, ma intanto il mio corpo continua a tremare, la mia testa a rimbalzare in qua e là, i miei occhi ad arrossarsi.

Alla luce di tutto questo, credo sia normale che, anche dopo 7 mesi, la nostalgia e la voglia di “casa” si faccia sentire. Il desiderio di rifugiarmi sotto le coperte della mia comfort zone e rimanerci un pochino, giusto il tempo di riprendermi.

Io, prima di partire, pensavo di essere una persona estremamente indipendente, a cui la famiglia, gli amici, le abitudini non sarebbero mancati poi così tanto. Adesso, a distanza di 7 mesi da quel pensiero, mi conosco meglio, e so che sì, indipendente lo sono, ma a volte anche no. Perché le radici non si recidono; e non le voglio recidere, soprattutto. Perché ci sono abitudini e piccoli riti e piccoli ritmi a cui non potrai mai rinunciare, neanche volendolo, perché sono tuoi, perché sono te. Perché c’è l’amore per il cibo, per le cose belle, per la vita goduta, per le risate in famiglia, per le avventure con gli amici, per tutto ciò che in realtà sono: ITALIANA. Sì, ho scoperto di essere italiana davvero: attaccata alle cose belle e ai valori che reputo più importanti. Molto semplice.

Mi piace stare qui, non voglio che questo post venga frainteso. Sono innamorata dell’Australia, di Sydney, di quello che faccio e pure di tutta la mia stanchezza, perché mi ricorda quanto sono orgogliosa di tutto ciò che sto facendo e raggiungendo. Difenderò l’Australia sempre, e tutta questa esperienza sarà sempre nell’empireo delle cose meravigliose che ho fatto nella vita.

Dico solo che, per me, non potrebbe mai essere per sempre. Perché l’Australia ha un problema solo: è lontana. Lontana tanto, tanto, tantissimo. Proprio fisicamente lontana, il problema è tutto qui e, purtroppo o per fortuna, solo chi è così TANTO lontano può capire di cosa parlo.

Perché domani è Halloween e perdermi la solita festa Leo mi farà venire una stretta allo stomaco di sicuro. Perché la settimana prossima la persona per me più importante si laureerà e io non potrò essere lì con lui a condividere l’emozione di discutere quella tesi che abbiamo scritto insieme. Perché poi, tra un mese, si laureerà anche la mia più grande amica d’infanzia, e nessun cerchio si potrà chiudere perché io non sarò lì. Perché poi ci saranno il Natale e le solite, ma bellissime, feste, e nessuna festa per me.

Perché poi perdi una persona cara, un parente, e lo sai attraverso un messaggio su Whatsapp, e non sai neanche cosa dire, e vorresti solo essere lì a dispensare abbracci e presenza, nient’altro, e invece sei nel bagno del tuo ufficio a piangere e a renderti conto che, una volta tornata, tutte queste cose saranno andate e non torneranno mai, mai più. E tu le hai perse.

Tutta questa immensa distanza fisica, tutti questi 16.000 km e rotti, li sento tutti quanti sulle mie spalle, oggi. E pesano.

La prima lezione con studenti veri

Questo corso è molto importante per me e vorrei mettere per iscritto qualche appunto, per ricordarmi in futuro le sensazioni che sto provando.

Innanzitutto, essere l’unica la cui prima lingua non è l’inglese non è facile per niente. Sono sempre la prima (diciamo l’unica) a rispondere alle domande sulla grammatica, è vero, e spesso gli altri mi guardano come se fossi uno strano mostro mitologico in questi momenti. Ma, naturalmente, non parlo in modo fluido e spontaneo come loro, e ho paura di fare errori mentre dico le cose; e se, nella vita quotidiana, non me ne preoccupo molto perché ci può stare, in quel contesto mi sento ovviamente messa sotto un’enorme lente di ingrandimento. Oggi, poi, abbiamo fatto una demo lesson sull’insegnamento dei vocaboli, e per me ogni minima connotazione e sfumatura di significato non viene proprio sempre spontanea. Com’è normale che sia, credo. Però mi da comunque un po’ di preoccupazione, e so già che quando insegnerò al livello upper-intermediate entrerò in panico..

In ogni caso, sta andando tutto molto bene, e la mia prima lezione di 40 minuti da sola, con 16 studenti, più due colleghi e l’insegnante a fare osservazione, è andata più che bene (o, almeno, meglio del previsto). Avevo preparato il mio materiale e mi ero fatta una scaletta che spaccava il minuto, per cui le tempistiche, che erano ciò di cui mi preoccupavo di più, non sono state un problema. La cosa che più mi ha sorpreso è stato realizzare quanto fossi calma e serena. Prima di iniziare, ovviamente, tremavo e sudavo e camminavo in su e giù senza posa; ma poi, quando la porta si è chiusa e ho salutato gli studenti, ringraziandoli per essere presenti, è stato come se lo facessi da sempre. È una cosa bella; ed è anche bello sentirsi dire dai colleghi che, secondo loro, ho un’attitudine per l’insegnamento. La lezione è scorsa senza problemi, tutti hanno capito cosa dovevano fare, ho aiutato chi ne aveva bisogno, ho fatto tanti complimenti a tutti per incoraggiarli, e mi ci è pure rientrato di fare qualche battuta stupida perché altrimenti mica mi si riconosce. Certo, ho dimenticato qualcosina tra le indicazioni che avremmo dovuto seguire, e ci sono ancora cose da migliorare. Ma minchia, era la prima, ci mancherebbe. E i commenti positivi dell’insegnante fanno ben sperare. Soprattutto, il voto standard è perfetto, ma quella parolina scritta sotto, strong, promette molto bene.

Me ne esco sempre fuori con tanti spunti e tutti mi incoraggiano. Come dice la mia collega Andrea: the sky’s the limit.

Sì… anche l’inglese, però. Perché finché non è perfetto (e CE NE VUOLE, ancora, parecchio), io non mi rilasso per niente.

Però sono contenta.

CELTA, ovvero: niente vita sociale, ma non vedo l’ora!!

E così, eccoci qua. A permettere che un altro piccolo pezzetto del “Grande Puzzle delle Opportunità” si incastri nella mia vita. Ho deciso di trascorrere un anno in Australia, e voglio poter esigere tutto il possibile, da questo anno.

Ho lavorato come ragazza alla pari, che non è un lavoro ma più che altro (o almeno in teoria) uno scambio culturale, un’occasione di condivisione e mutuo arricchimento.

Poi ho iniziato a lavorare sul serio, in un posto che mi permette di imparare tanto ogni giorno e dove ricevo continue gratificazioni.

Ho girato Sydney abbastanza in lungo e in largo, e dopo 6 mesi qui questa città la sento davvero nelle mie corde. Mi piace poter dare informazioni a chi ci abita da poco e saper dare un’indicazione a chi mi chiede dov’è quella via. Ho ancora tanto da visitare della città e non vedo l’ora di farlo

Arriverà, lo spero tanto (e soldi permettendo), il momento di viaggiare davvero. Perché due weekend fuori porta e una settimana di vacanza in Queensland in 6 mesi non si possono propriamente chiamare “viaggiare”… ma arriverà, ecccccccccome se arriverà.

Insomma, mi mancava studiare. E mica ci si poteva far sfuggire l’occasione di studiare in Australia, eh!

Sì insomma, tra poco più di 15 giorni inizierò un corso per diventare insegnante di inglese come seconda lingua. Un titolo in più da utilizzare (o provare a farlo) una volta che sarò tornata a casa o, chissà, mi sarò spostata da qualche altra parte. L’inglese mi sta entrando sempre di più nel cuore (ancora di più di quanto non lo fosse già da anni), e io non so cosa ne sarà del mio futuro, ma so che vorrei tanto trovare un lavoro che abbia a che fare con questa lingua. Traduttrice e interprete (almeno sulla carta) lo sono già, e spero che ottenendo un certificato riconosciuto a livello internazionale come insegnante possa aprirmi qualche porticina in più in futuro.

Vedremo. Come al solito, non mi faccio troppi piani. Semplicemente, lavoro duro, spero e aspetto.

Dopo l’applicazione, giovedì scorso ho passato più di 2 ore a fare l’intervista con una delle insegnanti del corso. Il corso infatti è super selettivo, e questa intervista (preceduta da un compito scritto fatto a casa) serve a loro per fare un po’ di cernita e assicurarsi solo gli studenti migliori o, almeno, con più potenziale.

Io sono stata accettata…migliore non lo sono di certo, ma spero di aver mostrato almeno un minimo di potenziale, appunto.

L’intervista mi ha messo un certo panico nei giorni precedenti, e non tanto per il colloquio in sé, ma perché si trattava di un colloquio…di gruppo.

Ma chi diavolo li ha inventati?? Che vergogna.

Oltretutto, quando sono arrivata ho scoperto che eravamo in 5 candidati…4 dei quali madrelingua.

4 inglesi madrelingua, e la pivella. Cioè io.

Ho cominciato a sudare freddo e stavo già per salutare tutti, è stato un piacere addio.

Poi però abbiamo rotto il ghiaccio ed il tutto è stato molto divertente. Ci sono stati riportati i compiti scritti e i miei errori erano al minimo. Quasi meno dei loro… e in un paio di occasioni IO ho dovuto spiegare a LORO qualche cosa di grammatica, tipo i nomi delle parti del discorso o la differenza tra past simple e present perfect.

Questa cosa me la devo ancora spiegare, ma forse io, in qualità di non madrelingua, avrò un piccolo vantaggio su di loro, avendo studiato la grammatica per anni.

Peccato che dovrò studiare e praticare come una matta per raggiungerli su tutto il resto

Beh comunque, il corso inizierà tra poco e durerà dieci settimane, durante le quali lo stress sarà al massimo e l’intensità altissima e la mia vita sociale (se fosse possibile più di così) annientata.

Ma sono contenta lo stesso!

Scriverò aggiornamenti pure da quel mondo là su questo blog, ci saranno sicuramente curiosità. Sì, beh, lo farò…se sopravvivo.

Monkeys

Solo questo video e queste foto, perché oggi sono due mesi da quando me ne sono andata da quella casa e, nonostante tutti i problemi e le incomprensioni e la rabbia repressa e la stanchezza, io queste due piccole scimmiette le ho adorate e ora, se ci penso, mi mancano e non poco.

Video Stupido e Tenero

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