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Archivi categoria: Scattered thoughts

Racconti, aneddoti, riflessioni, cose comiche o tragiche. E anche tragicomiche. Insomma, l’angolino dedicato a cuore e cervello.

Quello che mi mancherà di Sydney

Siamo DAVVERO arrivati alla fine della mia permanenza a Sydney e io ancora non è che ci creda molto. Come capita sempre, a tutti, del resto. Credi di essere preparata e poi però ci rimani sempre un po’ così, tra l’eccitato e l’ansioso!

Le cose che mi mancheranno di Sydney, prepariamoci, sono tante. E vi assicuro che sono tutte molto, molto belle.

  • Camminare dai 2 ai 15 minuti e ritrovarmi praticamente in qualsiasi luogo “utile” o attrazione turisitica. Per 4 mesi ho abitato in culo al mondo, per 6 mesi al suo centro, e me lo sono goduta al massimo. Qualsiasi luogo d’incontro era a portata, e quando mi accorgevo che mi mancava qualcosa, fare un salto al supermercato ci voleva meno che anche solo pensarlo!
  • Hyde Park, perché era a pochissimi minuti a piedi da casa mia, e perché è il posto dove mi sono rifugiata parecchie volte, nei momenti più difficili o stanchi della mia permanenza. Perché mi bastava sdraiarmi a contatto con l’erba verde brillante per sentirmi subito più al sicuro, intorno alle persone che prendevano il sole o che si allenavano, agli anziani che passeggiavano, ai ragazzini sullo skateboard. Per l’ANZAC Memorial e la storia che si porta in grembo, per la Pool of Reflection e la fontana, i viali e ogni singolo albero. Per i festival che vi si svolgono all’interno, intrisi di un’atmosfera unica. Persino per i flying fox!
  • So che si tratta di un altro parco e che sono monotematica, ma…i Royal Botanic Gardens. E quell’angolo di prato perfetto, con il Main Pond dietro, gli ibis bianchi coi loro lunghi becchi che ti girano intorno senza disturbare, la palma sopra di te che getta ombre irregolari, e di fronte Farm Cove e la baia intera. A destra prato immenso e alberi, a sinistra mezzo Harbour Bridge e un paio di punte dell’Opera House. Sì, quel posticino preciso lì mi mancherà, essendo il punto che della città preferisco in assoluto.
  • La totale impassibilità che ti circondava quando camminavi per le vie del CBD conciata come una senzatetto. Quante volte sono andata al supermercato in infradito, maglietta e pantalocini che uso come pigiama, senza trucco, con i capelli sfatti e con portafoglio e chiavi di casa in mano? Nessuno ci ha mai fatto caso, e comunque ci sono cose ben peggiori. Chiunque può andare in giro per Sydney con qualsiasi cosa addosso, qualsiasi colore e piega di capelli, con gli accessori più strani e…nessuno (se non i turisti, magari) ti guarderà mai male. Questo totale senso di libertà di espressione mi dava fastidio all’inizio, da buona italiana; ma poi ti ci abitui e non ne puoi davvero più fare a meno!
  • La mia casa, il mio letto incasinato e comodo, le coinquiline che vanno e vengono, l’organizzazione perfetta degli spazi stretti e il non sentirsi mai soli. Soprattutto, il poter scendere 13 piani in ascensore e ritrovarsi in palestra o in idromassaggio. Va detto, però, che una casa bella pulita immacolata mi manca da tanto!
  • I magnifici monumenti e palazzi, le meravigliose opere architettoniche: l’Opera House, l’Harbour Bridge, QVB, Town Hall, St. Mary’s Cathedral, il porto illuminato di Darling Harbour, la Westfield Tower, la Library of NSW. Ma ogni singola costruzione mi rimarrà nel cuore: dai grattacieli altissimi e vetrati alle casette a mattoncini di The Rocks che si rincorrono ai lati dei vicoli, fino alle mie preferite, le minivillette a schiera in stile vittoriano, con il minuscolo giardinetto e le ringhiare lavorate, quelle più nuove e quelle malmesse, quelle piccole e quelle grandi, a Surry Hills o a Darlinghurst, insomma io le amo!
  • Il fatto che a Sydney c’è un evento ogni giorno, e che starci dietro è praticamente impossibile. Un festival, una mostra a cielo aperto, una corsa di beneficienza, stare fermi è sconsigliato! E poi, ogni settimana è “la settimana del…”, ma come fanno?? Io, purtroppo non ho partecipato a molte cose: il Vivid Sydney, l’Art & About, lo Sculpture by the Sea, il Sydney Fest, l’Italian Festa, il Sydney Summer Fest… senza contare le milioni di cose che vengono organizzate per le festività, come quelle a cui ho avuto la fortuna di partecipare: il Royal Easter Show, l’ANZAC Parade e i Christmas Carols. Insomma, chi dice che a Sydney ci si annoia (e ne ho sentite davvero di persone che lo dicono), mi spiace ma non ci ha capito molto!
  • Il prendere in mano la guida il venerdì e decidere cosa fare nel weekend! Posti sempre nuovi da scoprire, e le mie chilometriche camminate in solitaria con gli occhi a cuoricino. Muovermi da turista, come e dove mi pare, coi miei tempi e seguendo i miei interessi, godendo di panorami ogni giorno diversi, fermarmi a leggere qualche pagina sul prato e poi ricominciare, e fondere la macchina fotografica!
  • Il senso di comunità e di solidarietà che, in un modo o nell’altro, ho avuto modo di respirare in questa città. Nelle occasioni più allegre, come nei mercati rionali di vintage o nei festival; in quelle più tristi, come la morte di un vicino di casa o l’uccisione di due concittadini da parte di uno squilibrato; per non parlare delle occasioni celebrative, come in quei giorni in cui si ricordano i militari caduti nelle guerre non loro; ma anche nelle situazioni più quotidiane, dove ogni bel gesto si confonde con la normalità. Ecco, in ogni occasione ho visto con i miei occhi una solidarietà, una vicinanza, un calore, una dignità, un senso di appartenenza e di comunità, una sincerità di cuore che io raramente ho visto altrove. Davvero raramente. E tutte queste cose erano così dense nell’aria che le sentivo sulla pelle e mi veniva la pelle d’oca. Certo, il popolo di Sydney non è perfetto e tanti difetti ce li ha di sicuro. Però queste cose sono reali, non le avevo mai sentite, e qui invece sono presenti con una forza tale che capisci perché questa città non cadrà mai e comunque si rialzerà sempre e sempre.
  • Tutte le persone che ho conosciuto in queste 42 settimane. Dalla famiglia ospitante alle amicizie più grandi e forti che ho costruito e alle coinquiline; dai miei meravigliosi compagni di corso ai miei studenti, fino ai colleghi di lavoro e i clienti. Mi rendo conto di quanto cliché sia quello che sto per dire, ma ho davvero tratto qualcosa da ognuno di loro. Non avendo conosciuto centinaia e centinaia di persone, ognuna mi è rimasta impressa per qualche motivo, quasi sempre in positivo, e sarà difficile scordarsi i loro nomi, i volti e gli episodi che abbiamo vissuto insieme.
  • Sarà stupido dirlo ma…il sentirmi a casa. Il sentirmi a casa in una città così lontana, così grande, così diversa e multiculturale. Sentirmi a casa quando sono in strada e per caso incontro un amico (cosa che non succede neanche nel mio minuscolo paesino). Sentirmi a casa quando un turista mi chiede indicazioni e mi accordo di sapere l’ubicazione di tante strade del centro e il numero di tanti autobus. Sentirmi a casa entrando negli stessi negozi di sempre, facendo gli stessi movimenti di sempre, e quei piccoli automatismi che in situazioni normali ti farebbero sentire in gabbia e qui invece… qui, invece.

La voglia di meravigliarmi, rimanere affascinata da ogni minimo dettaglio che cattura il mio sguardo, di non perdere neanche un minuto a “rilassarmi” e di vivere al massimo; la capacità di adattarmi a ogni situazione e di vedere il bello (bellissimo) in ogni cosa.

Sono tutte cose che ho sempre avuto dentro, ma che avevo dimenticato. Sydney ha fatto riaffiorare tutto quanto e io non gliene sarò mai abbastanza grata. Io non so se 10 mesi bastino per sentire un luogo come uno dei propri luoghi del cuore ma..è certo, Sydney lo è e non ho dubbi che lo sarà sempre.

C’è una parte del genere umano

Sono una che, nel bene o nel male, riflette sempre molto, su praticamente tutto ciò che le accade intorno. Purtroppo (o per fortuna) non mi faccio coinvolgere dai grandi temi, dalle guerre e le ingiustizie e le brutture politiche intorno al mondo; rischio di risultare disinformata o menefreghista, ma non posso farci molto, il desiderio di sapere tutte queste cose non mi appartiene. Però tutto quello che mi capita intorno, e che riesco a vedere da vicino, mi tocca molto, sia una cosa triste o allegra, piccola o grande, importante o frivola.

Quello che è successo nelle ultime 48 ore qui a Sydney, ovviamente, mi ha toccato. Mi ha toccato davvero tanto, forse più di quello che mi sarei aspettata; ma soprattutto mi ha dato modo, ancora una volta, di riflettere e di osservare l’eterogeneità dell’essere umano.

Quindi, due mattine fa un tipo è entrato armato in un bar e ha tenuto in ostaggio 17 persone per circa 16 ore. Questo bar si trova a 10 minuti a piedi da casa mia e a circa 20 dal mio ufficio, dove mi trovavo quando ho appreso la notizia. Da quel momento, alle 10 del mattino, mi sono incollata a internet, aggiornando le news ogni 5 minuti e non riuscendo a concentrarmi particolarmente sul lavoro. Le scadenze e le urgenze prenatalizie sono andate a farsi fottere. Intorno a me, tutti i miei colleghi tranquilli, che fanno le cose di sempre e, se esce fuori il discorso, fanno battute e ridono.

Ridono, e un chilometro da noi 17 persone sono sotto tiro di pistola.

Io faccio finta di niente ma evito di parlare con tutti. Una ragione particolare per cui questo signore deficiente abbia scelto quel bar sembra non esserci. Per cui mi chiedo che cosa sarebbe successo se fosse entrato nel bar qui vicino. Mi faccio mille domande che iniziano con “E se…”, domande che non avranno mai risposta, perché niente di tutto ciò che si trova nella mia testa è realmente capitato.

I miei colleghi mi parlano, io rispondo a monosillabi. Uno di loro, il mio amico omone colombiano, mi dice che andrà tutto bene perché il terrorismo in Australia non esiste e questo è soltanto un cretino e tutto si risolverà. Io continuo a chiedermi da dove provenga l’insensibilità delle persone, che continuano a ridere e scherzare come niente fosse, a prendersi caffé e camminare spensierati per le vie del centro. O forse, forse non è insensibilità. Magari no, ma continuo a chiedermi come potrei chiamarla, allora.

Entro su Facebook perché so già che ci saranno migliaia di commenti sulla vicenda, e io ne sono inspiegabilmente, quasi morbosamente attratta. Leggo qualcosa, rimango schifata, dopo 2 minuti chiudo perché mi viene da urlare e divento rossa in faccia per la vergogna di aver anche solo letto quelle cose. Perché tu puoi ridere e scherzare sulle tue cose, facendo finta che nulla stia succedendo, magari per farti forza o per distrarti, ma come puoi fare ironia sulle persone che sono sotto tiro in quell’esatto momento? Devo smettere di pensarci.

Passo tutto il giorno in uno stato un po’ confusionale, a metà tra la distrazione e il pensiero fisso. Dopo pranzo chiamo la mia amica che lavora in un bar vicino all’Opera House; mi dice che hanno dovuto chiudere e che lei se ne sta andando con una collega al mare per allontanarsi il più possibile dalla città, visto che ci sono poliziotti con i cani in tutta Circular Quay a cercare possibili bombe. A me viene quasi da ridere, da quanto sono in ansia. A fine giornata, controllo la diretta per l’ultima volta prima di tornare a casa, e viene fuori che questo cretino potrebbe aver messo bombe in giro per il centro.

Io, in centro, ci abito, ci lavoro, ci vivo.

Vado a casa con passo svelto ma incerto, i miei occhi sono radar e ogni movimento sospetto mi fa sobbalzare. Passo la serata cercando di distrarmi, guardando un film e non pensando, per quanto sia possibile. Mi sveglio e controllo subito le news, leggendo le notizie minuto per minuto. Due persone (perché quello non lo considero neanche) sono morte, 5 ferite, e a me scendono le lacrime.

E passo tutta la giornata triste, a non voler parlare con nessuno perché non sopporto la voce, le risate e le battute di nessuno. Soprattutto di quei coglioni che fanno battute sulla vicenda e sulle morti. Che “coglioni”, poi, è quasi un complimento.

Io non so di preciso perché questa cosa mi abbia toccato così tanto, infinitamente di più rispetto a qualsiasi persona con cui ho parlato in queste 48 ore. Forse è perché è capitato così vicino a me, proprio fisicamente. Forse perché è stata minacciato il centro cittadino dove io trascorro tutta la mia vita. Forse perché è una cosa a cui proprio non sono abituata.

Il fatto è che io NON voglio abituarmi. Certe persone mi hanno detto che nei loro Peasi di provenienza queste cose sono (o erano) all’ordine del giorno, per cui non si scandalizzano. Un mio collega al corso, quando mi ha visto scossa, mi ha detto: “Ah, that’s nothing! Come to Israel and you’ll see such things every day”.

Forse quindi è questo. La gente intorno a me è assuefatta alla violenza, alla morte, alle armi, al pericolo. Tutto è diventato quasi normale, sempre un po’ più accettabile. 17 ostaggi in un bar e due morti non sono niente, in confronto a tante altre cose che succedono.
Allora è giusto ragionare così? Non preoccuparsi, indignarsi, meravigliarsi più di niente? Rimanere insensibili, quasi intorpiditi di fronte a ciò che ti capita intorno, persino quando ce l’hai sotto al naso? Fare battute deficienti e selfie da coglioni per indorare una pillola amarissima ed esorcizzare un dolore che ormai non si prova più? E, soprattutto, pensare che tanto a te non capiterà mai, perché a te le cose vanno sempre bene e sarai sempre invincibile?

Io non voglio vivere così. Non voglio vivere come se niente al mondo non importasse più. Amo meravigliarmi per le cose belle, anche per quelle normali, e credo sia legittimo farlo anche per quelle brutte. Non voglio chiudermi nella mia scatola e pensare che, finché sto li dentro, andrà tutto bene. Non voglio diventare insensibile e pensare solo ai social network e a farmi bello davanti agli altri con battute IDIOTE e senza senso.

Allo stesso tempo, in realtà so perché sono rimasta così scossa. Perché, oltre a tutto questo, non voglio neanche dover essere sempre impaurita. Sono sicuramente esagerata, forse ho visto troppi film. Ma non chiedo molto, voglio solo un posto nel mondo dove sentirmi al sicuro. Dove non ci sia nessuno che mi rompe il cazzo, che sia con una pistola o con un cervello da topolino da laboratorio. Dove possa sentirmi libera e dove possa coltivare la mia serena, normalissima, vita. L’Australia era quel posto, fino a due giorni fa, e ora un po’ della sua innocenza è andata persa.

Da tutto questo schifo, però, torno a guardare lo smile che mi disegno ogni mattina sulla mano sinistra, per ricordarmi di sorridere e di vedere il buono ovunque. Voglio ricominciare e concludere la mia permanenza in questa città amandola, come e più di sempre, guardando i colori natalizi che non si sono spenti, gli autobus che si sono limitati a cambiare tratta ma non si sono fermati, e tutte quelle persone che hanno portato i fiori e hanno pianto con me, anche se a distanza.

C’è una parte del genere umano che, seppur sempre più limitata, rimane pulita, pura e genuina. Una parte che sa piangere, stringere una mano e meravigliarsi. Una parte che sa tacere, quando è il caso di farlo, e che sa riconoscere ancora le cose importanti della vita.

Questa è la parte in cui voglio credere.

IL puntino

Mi sembra di essere in un film. O in un video musicale. Sullo schermo tutto si muove, a velocità aumentata, e ogni contorno è sfocato, ogni colore è sfumato. I suoni si perdono, le luci e le ombre si mischiano.

Io. Sono concentrata.

Tutto quello che mi capita, tutti e tutto ciò che mi sta intorno è solo quello, è solo un contorno. Sono grata per ogni piccola cosa, per ogni singola persona, per ogni anche marginale esperienza. Accolgo tutto con grande cuore, non chiederei di più, non cambierei niente.

Ma io, sono concentrata.

In mezzo a tutto questo. In tutto ciò che si muove a velocità aumentata, a ogni contorno sfocato, a ogni colore sfumato, a ogni suono perso, a ogni luce che si mischia con l’ombra. In mezzo a tutto questo. C’è un puntino. Nitido. Perfetto. Io sono concentrata su quel punto. E non sono solo io, a essere concentrata. Ogni centimetro di me è concentrato. Ogni mia emozione, ogni mia sensazione, tutte concentrate. C’è una forza, misteriosa ma inarrestabile, che spinge dal mio stomaco, da ogni millimetro sottopelle. Mi spinge, e mi fa inevitabilmente camminare avanti. Verso quel punto. La forza di gravità e tutte le forze del mondo mi spingono. Verso quel punto. Non distolgo lo sguardo, non sbatto le palpebre a costo di lacrimare, non mi fermo agli ostacoli a costo di sanguinare; e niente, niente, niente intorno a me può distrarmi.

È un all in. Punto tutto. Tutto ciò che ho, tutto ciò che sono. Punto davvero tutto su quell’unico puntino nitido in mezzo a tutto questo movimento a velocità aumentata. Ci investo tutto, e so che è giusto. Sono pronta, è quello che DEVO fare. Devo farlo per me.

Io non posso perdere. Non posso perdere, non posso perdere, non posso perdere.

Essere lontani: istruzioni per l’uso cercansi

È stata una giornata pesante.

Tutto nasce dal fatto che mi sto veramente impegnando in ogni cosa che faccio. A lavoro le ore sembrano il doppio, perché ho tante cose da fare, tutte diverse tra loro, liste su liste per non scordare niente, compiti che si accavallano e il non riuscire a dire di no. Mi piace, ma è pesante. Poi c’è il corso che, bellissimo e interessantissimo e fonte di immense soddisfazioni, ma anche estremamente intenso e portatore di stress, aspettative da soddisfare, livelli da raggiungere, tentativi di sentirsi all’altezza, paure. Poi ci sono le cose più futili, ma per me non meno importanti: cercare di godermi questa città senza farmi mancare niente e riempire ogni buco libero per non considerarlo sprecato e non dovermi pentire, tentare di destreggiarmi tra il risparmio dei soldi, il mangiare bene, il concedermi le cose. I viaggi che vorrei fare immensamente e la preoccupazione di dover rinunciare a qualcosa per mancanza di soldi, tempo, compagnia, possibilità. Tutte le ore che vorrei passare in palestra o a fare attività perché essere così sedentaria mi rende nervosa e triste, ma non potere perché quelle ore a disposizione, semplicemente, non ce le hai. Poi sto ore e ore al computer ogni giorno, cerco di distrarmi quando posso, ma non è mai abbastanza, e poi il caldo che io non sopporto, e tutto quanto mi fa dormire poco e male, quando invece dovrei essere riposata per rispondere a tutti i miei compiti in modo lucido ed efficace. Riesco ancora a essere brillante a lavoro, a progettare lezioni quasi perfette al corso, ma intanto il mio corpo continua a tremare, la mia testa a rimbalzare in qua e là, i miei occhi ad arrossarsi.

Alla luce di tutto questo, credo sia normale che, anche dopo 7 mesi, la nostalgia e la voglia di “casa” si faccia sentire. Il desiderio di rifugiarmi sotto le coperte della mia comfort zone e rimanerci un pochino, giusto il tempo di riprendermi.

Io, prima di partire, pensavo di essere una persona estremamente indipendente, a cui la famiglia, gli amici, le abitudini non sarebbero mancati poi così tanto. Adesso, a distanza di 7 mesi da quel pensiero, mi conosco meglio, e so che sì, indipendente lo sono, ma a volte anche no. Perché le radici non si recidono; e non le voglio recidere, soprattutto. Perché ci sono abitudini e piccoli riti e piccoli ritmi a cui non potrai mai rinunciare, neanche volendolo, perché sono tuoi, perché sono te. Perché c’è l’amore per il cibo, per le cose belle, per la vita goduta, per le risate in famiglia, per le avventure con gli amici, per tutto ciò che in realtà sono: ITALIANA. Sì, ho scoperto di essere italiana davvero: attaccata alle cose belle e ai valori che reputo più importanti. Molto semplice.

Mi piace stare qui, non voglio che questo post venga frainteso. Sono innamorata dell’Australia, di Sydney, di quello che faccio e pure di tutta la mia stanchezza, perché mi ricorda quanto sono orgogliosa di tutto ciò che sto facendo e raggiungendo. Difenderò l’Australia sempre, e tutta questa esperienza sarà sempre nell’empireo delle cose meravigliose che ho fatto nella vita.

Dico solo che, per me, non potrebbe mai essere per sempre. Perché l’Australia ha un problema solo: è lontana. Lontana tanto, tanto, tantissimo. Proprio fisicamente lontana, il problema è tutto qui e, purtroppo o per fortuna, solo chi è così TANTO lontano può capire di cosa parlo.

Perché domani è Halloween e perdermi la solita festa Leo mi farà venire una stretta allo stomaco di sicuro. Perché la settimana prossima la persona per me più importante si laureerà e io non potrò essere lì con lui a condividere l’emozione di discutere quella tesi che abbiamo scritto insieme. Perché poi, tra un mese, si laureerà anche la mia più grande amica d’infanzia, e nessun cerchio si potrà chiudere perché io non sarò lì. Perché poi ci saranno il Natale e le solite, ma bellissime, feste, e nessuna festa per me.

Perché poi perdi una persona cara, un parente, e lo sai attraverso un messaggio su Whatsapp, e non sai neanche cosa dire, e vorresti solo essere lì a dispensare abbracci e presenza, nient’altro, e invece sei nel bagno del tuo ufficio a piangere e a renderti conto che, una volta tornata, tutte queste cose saranno andate e non torneranno mai, mai più. E tu le hai perse.

Tutta questa immensa distanza fisica, tutti questi 16.000 km e rotti, li sento tutti quanti sulle mie spalle, oggi. E pesano.

La prima lezione con studenti veri

Questo corso è molto importante per me e vorrei mettere per iscritto qualche appunto, per ricordarmi in futuro le sensazioni che sto provando.

Innanzitutto, essere l’unica la cui prima lingua non è l’inglese non è facile per niente. Sono sempre la prima (diciamo l’unica) a rispondere alle domande sulla grammatica, è vero, e spesso gli altri mi guardano come se fossi uno strano mostro mitologico in questi momenti. Ma, naturalmente, non parlo in modo fluido e spontaneo come loro, e ho paura di fare errori mentre dico le cose; e se, nella vita quotidiana, non me ne preoccupo molto perché ci può stare, in quel contesto mi sento ovviamente messa sotto un’enorme lente di ingrandimento. Oggi, poi, abbiamo fatto una demo lesson sull’insegnamento dei vocaboli, e per me ogni minima connotazione e sfumatura di significato non viene proprio sempre spontanea. Com’è normale che sia, credo. Però mi da comunque un po’ di preoccupazione, e so già che quando insegnerò al livello upper-intermediate entrerò in panico..

In ogni caso, sta andando tutto molto bene, e la mia prima lezione di 40 minuti da sola, con 16 studenti, più due colleghi e l’insegnante a fare osservazione, è andata più che bene (o, almeno, meglio del previsto). Avevo preparato il mio materiale e mi ero fatta una scaletta che spaccava il minuto, per cui le tempistiche, che erano ciò di cui mi preoccupavo di più, non sono state un problema. La cosa che più mi ha sorpreso è stato realizzare quanto fossi calma e serena. Prima di iniziare, ovviamente, tremavo e sudavo e camminavo in su e giù senza posa; ma poi, quando la porta si è chiusa e ho salutato gli studenti, ringraziandoli per essere presenti, è stato come se lo facessi da sempre. È una cosa bella; ed è anche bello sentirsi dire dai colleghi che, secondo loro, ho un’attitudine per l’insegnamento. La lezione è scorsa senza problemi, tutti hanno capito cosa dovevano fare, ho aiutato chi ne aveva bisogno, ho fatto tanti complimenti a tutti per incoraggiarli, e mi ci è pure rientrato di fare qualche battuta stupida perché altrimenti mica mi si riconosce. Certo, ho dimenticato qualcosina tra le indicazioni che avremmo dovuto seguire, e ci sono ancora cose da migliorare. Ma minchia, era la prima, ci mancherebbe. E i commenti positivi dell’insegnante fanno ben sperare. Soprattutto, il voto standard è perfetto, ma quella parolina scritta sotto, strong, promette molto bene.

Me ne esco sempre fuori con tanti spunti e tutti mi incoraggiano. Come dice la mia collega Andrea: the sky’s the limit.

Sì… anche l’inglese, però. Perché finché non è perfetto (e CE NE VUOLE, ancora, parecchio), io non mi rilasso per niente.

Però sono contenta.

CELTA, ovvero: niente vita sociale, ma non vedo l’ora!!

E così, eccoci qua. A permettere che un altro piccolo pezzetto del “Grande Puzzle delle Opportunità” si incastri nella mia vita. Ho deciso di trascorrere un anno in Australia, e voglio poter esigere tutto il possibile, da questo anno.

Ho lavorato come ragazza alla pari, che non è un lavoro ma più che altro (o almeno in teoria) uno scambio culturale, un’occasione di condivisione e mutuo arricchimento.

Poi ho iniziato a lavorare sul serio, in un posto che mi permette di imparare tanto ogni giorno e dove ricevo continue gratificazioni.

Ho girato Sydney abbastanza in lungo e in largo, e dopo 6 mesi qui questa città la sento davvero nelle mie corde. Mi piace poter dare informazioni a chi ci abita da poco e saper dare un’indicazione a chi mi chiede dov’è quella via. Ho ancora tanto da visitare della città e non vedo l’ora di farlo

Arriverà, lo spero tanto (e soldi permettendo), il momento di viaggiare davvero. Perché due weekend fuori porta e una settimana di vacanza in Queensland in 6 mesi non si possono propriamente chiamare “viaggiare”… ma arriverà, ecccccccccome se arriverà.

Insomma, mi mancava studiare. E mica ci si poteva far sfuggire l’occasione di studiare in Australia, eh!

Sì insomma, tra poco più di 15 giorni inizierò un corso per diventare insegnante di inglese come seconda lingua. Un titolo in più da utilizzare (o provare a farlo) una volta che sarò tornata a casa o, chissà, mi sarò spostata da qualche altra parte. L’inglese mi sta entrando sempre di più nel cuore (ancora di più di quanto non lo fosse già da anni), e io non so cosa ne sarà del mio futuro, ma so che vorrei tanto trovare un lavoro che abbia a che fare con questa lingua. Traduttrice e interprete (almeno sulla carta) lo sono già, e spero che ottenendo un certificato riconosciuto a livello internazionale come insegnante possa aprirmi qualche porticina in più in futuro.

Vedremo. Come al solito, non mi faccio troppi piani. Semplicemente, lavoro duro, spero e aspetto.

Dopo l’applicazione, giovedì scorso ho passato più di 2 ore a fare l’intervista con una delle insegnanti del corso. Il corso infatti è super selettivo, e questa intervista (preceduta da un compito scritto fatto a casa) serve a loro per fare un po’ di cernita e assicurarsi solo gli studenti migliori o, almeno, con più potenziale.

Io sono stata accettata…migliore non lo sono di certo, ma spero di aver mostrato almeno un minimo di potenziale, appunto.

L’intervista mi ha messo un certo panico nei giorni precedenti, e non tanto per il colloquio in sé, ma perché si trattava di un colloquio…di gruppo.

Ma chi diavolo li ha inventati?? Che vergogna.

Oltretutto, quando sono arrivata ho scoperto che eravamo in 5 candidati…4 dei quali madrelingua.

4 inglesi madrelingua, e la pivella. Cioè io.

Ho cominciato a sudare freddo e stavo già per salutare tutti, è stato un piacere addio.

Poi però abbiamo rotto il ghiaccio ed il tutto è stato molto divertente. Ci sono stati riportati i compiti scritti e i miei errori erano al minimo. Quasi meno dei loro… e in un paio di occasioni IO ho dovuto spiegare a LORO qualche cosa di grammatica, tipo i nomi delle parti del discorso o la differenza tra past simple e present perfect.

Questa cosa me la devo ancora spiegare, ma forse io, in qualità di non madrelingua, avrò un piccolo vantaggio su di loro, avendo studiato la grammatica per anni.

Peccato che dovrò studiare e praticare come una matta per raggiungerli su tutto il resto

Beh comunque, il corso inizierà tra poco e durerà dieci settimane, durante le quali lo stress sarà al massimo e l’intensità altissima e la mia vita sociale (se fosse possibile più di così) annientata.

Ma sono contenta lo stesso!

Scriverò aggiornamenti pure da quel mondo là su questo blog, ci saranno sicuramente curiosità. Sì, beh, lo farò…se sopravvivo.

Monkeys

Solo questo video e queste foto, perché oggi sono due mesi da quando me ne sono andata da quella casa e, nonostante tutti i problemi e le incomprensioni e la rabbia repressa e la stanchezza, io queste due piccole scimmiette le ho adorate e ora, se ci penso, mi mancano e non poco.

Video Stupido e Tenero

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Piccoli momenti di GLORIA

Chi legge questo blog, ormai, lo sa: sono una grande appassionata dei “piccoli momenti felici”: tu sei lì, per esempio, a camminare, e a un certo punto la visione di un paesaggio perfetto ti si piazza davanti e ti fa rimbalzare il cuore. Oppure, sei intenta a evitare le milioni di cacche che ti ritrovi sotto ai piedi, poi dal nulla alzi lo sguardo, ed eccoli, lì, decine e decine di canguri che ti fissano e un lieve sensazione di panico si mescola alla trionfante consapevolezza di esserci, nel posto giusto, e al momento giusto.

Oppure, un tranquillissimo martedì sera, sei sul divano della casa a Sydney dove abiti. La ciotola dell’insalata ancora da lavare e solo il ticchettio dell’orologio e farti compagnia. Ti arrivano questi messaggi da una tua ex compagnia di liceo, con cui avevi un rapporto nella norma, che hai sempre stimato, ma che senti raramente, perché si sa, le cose, semplicemente, “vanno così”.

Lei ti scrive dei messaggi che parlano di cose la cui meraviglia si dimentica troppo spesso; lei parla di stima, affetto, ammirazione, ispirazione, sogno, successo, coraggio.

Questa persona, dal nulla, dopo mesi, ti scrive, se ne esce dicendoti che legge sempre il tuo blog e ti dice tutte queste cose che a me, da brava ipersensibile, fanno venire quasi le lacrime agli occhi. Cose che neanche le tue amiche più care, quelle che davvero ti conoscono, quelle da cui, magari, te lo aspetteresti, hanno mai detto, neanche lontanamente.

Tutto sta nell’inaspettato. Nel momento in cui non te l’aspetti, dalla persona che non ti aspetti, contenuti che proprio, quelli no, non te li aspetti, e anzi, ti chiedi ancora come sia possibile. Come sia possibile che tu sia sempre lì a dirti che non è vero, che tutti ti dicevano che scrivi bene ma non ne sei mica più così tanto sicura, perché avrei potuto dirlo così, perché come diavolo funziona che le parole migliori ti escono sempre dopo, perché quello ha scritto una cosa molto più bella ed emozionante della mia, perché forse semplicemente non sono brava, neanche in questo. E poi invece arriva lei e ti dice tutte quelle cose per dirtene una sola, fondamentalmente: che l’hai emozionata. Allora, alla fine, mi rendo conto che va bene, che se una persona ti dice questo, allora non c’erano parole più giuste o stili più appropriati, va bene così, quando le cose scaturiscono, davvero, dal cuore.

GLORIA (aka Lorina), grazie per leggermi sempre in silenzio e poi uscirtene con queste belle parole così all’improvviso, donandomi uno, l’ennesimo di quei “piccoli momenti felici”: minuscoli, temporanei, filano via che è una meraviglia…ma quanto, quanto sono belli cazzo.

Whitsundays, parte 2

Le Whitsunday Islands devono il loro nome all’esploratore James Cook (ben noto a chiunque si interessi minimamente alla storia dell’Australia) che, nel 1770, nel corso del suo giretto intorno a Australia e Nuova Zelanda, scoprì questo meraviglioso arcipelago (e la sua nave si incagliò nella Great Barrier Reef). In realtà, egli non attribuì questo nome alle isole, ma piuttosto allo stretto sul quale navigò, che venne chiamato, appunto Whitsunday’s Passage. Il nome viene semplicemente dal giorno in cui Cook arrivo da quelle parti, ovvero la domenica di Pentecoste (Whitsunday, appunto). Solo più avanti il nome del passaggio venne esteso a tutto l’arcipelago. In origine, Cook e i suoi le avevano chiamate Cumberland Isles, e avevano dato un nome a una sola isola, quella che ancora oggi è conosciuta come Pentecost Island.

 


 

Il sabato ci aspetta la nostra seconda escursione, questa volta con la compagnia Cruise Whitsundays, sicuramente la più grande della zona, e che si occupa di decine di escursioni diverse, nonché degli accompagnamenti all’aeroporto e così via.

La partenza è alle 07.30, sempre da Abel Marina Point, e questa volta ci spostiamo con un traghetto vero e proprio. Sarà anche al chiuso, senza vento e acqua in faccia, ma si balla che è una meraviglia…

Dopo 3 lunghissime ore di viaggio, arriviamo al Reef World.

Dovete sapere che questi geniacci hanno costruito una super piattaforma direttamente sulla Barriera Corallina. In mezzo al niente. Infatti non so neanche di preciso dove siamo, perché intorno a noi, a 360 gradi, c’è solo acqua.

Fantastico.

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La piattaforma

Su questa piattaforma, su due livelli, ci sono un bar, un negozio di souvenir, gli spogliatoi, la terrazza per prendere il sole, tavoli sedie e sdraio e, ovviamente, tutto l’occorrente necessario per snorkeling e immersioni.

Appena arrivati, infatti, la maggior parte di noi (saremmo stati circa 80 persone) ci infiliamo la muta e scompariamo sotto l’acqua cristallina.

Snorkeling, snorkeling e ancora snorkeling, immersa in questa meraviglia che, esattamente come per il giorno prima, non c’è proprio modo di descrivere né a immagini né, tantomeno, a parole.

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La differenza rispetto al giorno prima è data dalla quantità immane di pesci che ci sono qua. Pesci di tutti i tipi, minuscoli o più grandicelli. Pesci che ti circondano a centinaia quando ti ritrovi proprio nel punto dove un tipo dello staff ha lanciato un po’ di mangime in acqua. E poi c’è lui, la star della zona, il Giant Grouper, il più pesce osseo più grande che si possa trovare da queste parti, e un po’ la mascotte del Queensland. Io vorrei aggiungere che questo pesce è davvero simpatico, sembra che abbia due labbroni superfarciti di botulino e mette proprio simpatia.

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L’amico Giant Grouper

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E vogliamo parlare della Grande Barriera Corallina? Durante questa vacanza ho scoperto cose ineteressanti a proposito. Ad esempio, e questo si sapeva già, che si tratta della barriera di corallo più estesa al mondo e della più grande struttura composta da un unico organismo vivente. Quel che ignoravo, invece, è che è composta da più di 2900 barriere più piccole e 900 isole, e che si estende per circa 2600 chilometri. Queste cose me le son segnate tutte perché, come mi accade sempre per i grandi numeri, mi hanno colpito. 2600 chilometri, gente, è più o meno come andare da Milano a Palermo e tornare…mica male.

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Ho cercato di stare in acqua il più possibile, ammirando ogni singolo corallo, salutando i sub a qualche metro sotto di me, sorridendo ai pesciolini che mi sfilavano intorno senza peso. Il problema è che poi mi è inesorabilmente venuta fame 🙂 così sono uscita, abbiamo pranzato sulla piattaforma, e il resto del pomeriggio (giusto un paio d’ore) l’abbiamo passato in altri due posti che la piattaforma metteva a disposizione: l’osservatorio subacqueo, posto proprio sotto la piattaforma, dal quale è stato possibile ammirare ancora tutte quelle centinaia di pesci diversi, e il sottomarino, che parte a cadenza regolare ogni mezz’ora e fa un breve tour lungo la Barriera, permettendo a chi non vuole entrare in acqua di avere un incontro comunque piuttosto ravvicinato con i coralli, separati solo da un vetro. Ed è da qui che, tra un corallo e una vongola gigante, abbiamo visto una bellissima tartaruga marina che se la spassava 🙂

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La visuale dal sottomarino

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Torni dal sottomarino e…la bassa marea 🙂

Le 3 ore del ritorno sono trascorse un po’ meglio, ma comunque lente. La sera abbiamo mangiato (si fa per dire per quanto mi riguarda, perché non stavo molto bene) in un bel ristorantino sull’Esplanade.

 


 

 

E quindi arriva domenica, il nostro ultimo giorno. Ce la siamo presa con calma e abbiamo deciso di camminare il più possibile, viste le ore passate seduti su barche e traghetti nei giorni scorsi.

Perciò, dopo la solita colazione che adesso, se ci penso, mi manca molto, ci siamo fatti tutta Airlie Beach a piedi lungo la costa, così abbiamo avuto modo di vederla meglio (visto che l’avevamo visitata più che altro di sera), e io ribadisco, sena problemi, che questa cittadina è meravigliosa. Troppo.

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Abbiamo continuato a camminare verso sud-est, allontanandoci un po’ dal mare e giungendo fino a Jubilee Pocket, una cittadina minuscola e deserta, manco a dirlo. Questa bella camminata sotto al sole ci ha rigenerato ma anche stancato; prendiamo il bus e giungiamo a Shute Harbour dove, però, rimaniamo pochissimo. Mi aspettavo un paesino, invece ci ritroviamo in un parcheggio, pieno delle macchine di tutti quelli che sono partiti dall’attracco lì vicino, con barche, yatch, canoe e chi più ne ha più ne metta. Però, ai piedi del parcheggio, è possibile prendere queste scale di legno e ritrovarsi al Lions Lookout, dal quale, effettivamente, la vista non è niente male.

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Riprendiamo l’autobus e, questa volta, arriviamo fino al Whitsundays Shopping Centre, perché i miei erano curiosi di farsi un giro in un centro commerciale australiano (la mia mania per i supermercati allora doveva pur venire da qualche parte…). In realtà, stiamo lì poco, e poi ci rimettiamo a camminare, sul sentiero costiero che parte da Cannonvale (dove, più o meno, ci trovavamo) e giunge fino ad Airlie Beach: il Bicentennial Walk. 

Questi luoghi mi sono rimasti nel cuore per la loro pace e la loro bellezza. E infatti, strano a dirsi, questa è stata una delle passeggiate costiere più belle che abbia mai percorso.

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Arriviamo ad Abel Point Marina che sono già le 3 passate, perciò pranziamo con delle buonissime tapas in un ristorante spagnolo, per poi ripartire e fare l’ultimo pezzettino che ci separa da Airlie Beach. Facciamo l’ultimo giro del paese e poi, dopo la sosta in hotel per doccia e co, andiamo a mangiare al ristorante Sorrento (dove avevamo provato ad andare per tipo 3 sere di fila, senza molto successo).

 


 

Il lunedì, tra ultima colazione immensa e valigie, la mattinata passa che è una meraviglia, e abbiamo solo giusto un po’ di tempo per goderci le sdraio a bordo piscina/mare, sotto un sole caldo e un venticello piacevole. Il ritrovo per salire sul traghetto che ci porterà all’aeroporto è a mezzogiorno. All’aeroporto non ci chiedono nemmeno il passaporto. Teneri gli australiani. E così, non appena l’aereo si alza (ai soliti 20 cm dall’acqua) salutiamo questo posto meraviglioso.

Sono davvero felice di aver fatto questa vacanza, e ringrazio tanto i miei genitori per avermi dato la possibilità di vedere e respirare tutta questa inimitabile Bellezza.

 

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Whitsundays, parte 1

Quella alle Whitsundays è stata la mia prima settimana (6 giorni scarsi, a essere precisa) di vacanza vera da quando sono in Australia.

E me la sono goduta alla grande.

Mamma, babbo ed io siamo partiti da Sydney il mercoledì in tarda mattinata, ovviamente facendo le corse, ma questa credo sia una prerogativa della famiglia, nessuna sorpresa.

La sorpresa vera, invece, è stato il meteo. Passare da una super piovosa e ventosa Sydney a un sole sgargiante, che ti fa immediatamente appiccicare i jeans alle gambe, non è stato poi così male..

Dal finestrino dell’aereo, appena iniziamo a sorvolare le isole, inizio a scattare foto a non finire.

Le Whitsunday Islands (o Whitsundays) sono un arcipelago di 74 isole dalle forme e le grandezze più varie, sparpagliate al largo della costa nord del Queensland. Non mi fermavo più a far foto, e rimanevo abbagliata a ogni nuovo profilarsi di costa, a colori indescrivibili, alla piccola ombra dell’aereo proiettata sul mare di un azzurro unico.

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Sotto di noi scorgo una pista d’atterraggio, davvero corta e stretta, e immagino sia riservata a qualche piccolo aereo da turismo o cose del genere.

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La “pista” di Hamilton Island

 

Mentre ci penso, il nostro aereo vira a 180 gradi e punta la pista.

Ehm, un attimo.

Ma veramente?

Ci abbassiamo sempre di più, ormai siamo a pochi metri di quota e io vedo solo acqua sotto e intorno a noi. E alla fine l’aereo atterra sulla pista, a bordo acqua, e inizia a frenare all’impazzata.

E ci credo, diamine.

Morale della favola, l’aereo si arresta a pochi metri dalla fine della pista e fa il suo giro per tornare indietro, con le ruote che praticamente sfiorano il bordo.

Pista per aerei da turismo un piffero!!

 

Ci spostiamo da Hamilton Island, l’isola “commerciale” dell’arcipelago, e raggiungiamo Airlie Beach che, in realtà, si trova sulla terraferma. Sì, insomma, siamo partiti dal continente per atterrare su un’isola per poi ritornare al continente via traghetto.

È tutto molto normale.

Per fare tutto ‘sto viaggio c’è voluto un bel po’, quindi non facciamo in tempo a lasciare le valigie al (bellissimo, fantastico) albergo Coral Sea Resort, che siamo già in città per fare una passeggiata e acquistare le gite per le giornate successive, prima che venga l’ora di cena.

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Il tramonto dal giardino dell’hotel

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Airlie Beach. Umamma gente, che posto meraviglioso.

Tutta la vita si concentra sulle due vie principali: Shute Harbour Road e Airlie Esplanade. È inverno, ma qui la bassa stagione sembra non esistere: tante persone nei locali, negozi aperti fino a dopo cena, tanta musica ovunque. Eppure è tutto così tranquillo, così ordinato. Così perfetto. Talmente perfetto da non sembrare vero. Non c’è una foglia o un granello di sabbia fuori posto. Sembra uno di quei villaggi turistici che vogliono ricreare le fattezze di un paese, ma lo sappiamo tutti che è tutto finto.

Airlie Beach invece è vera…

E a pochi metri dalla spiaggia c’è l’Airlie Lagoon, una specie di parco con delle piscine di acqua di mare coi bagnini sempre presenti, e poi tanto prato, giochi per bambini, ping pong, barbecue (ovviamente), spogliatoi…il tutto con vista sulla baia e le decine di barche e yatch che se la girano lì intorno.. della serie che uno ci potrebbe stare a giornate intere!

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Abbiamo mangiato in un bellissimo rum bar/pescheria, dove si sceglieva il pesce del giorno e te lo cucinavano in mille modi. Il ristorante ci era stato consigliato dalla signora dell’ufficio escursioni, toscana ma emigrata in Australia da talmente tanto tempo che ci parlava in un italiano stentatissimo e a un certo le ho chiesto di tornare a parlare inglese che la capivo meglio!

E intanto i miei cominciavano a chiedersi cosa e come fare per trasferirsi lì…io scuoto la testa, ma come li capisco!

 

 


 

Per il giovedì le escursioni sono tutte strapiene – e meno male che è bassa stagione -. Allora, ci facciamo la nostra colazione stratosferica (perché lo sappiamo tutti che, anche se di solito ti accontenti di una colazione minuscola, negli hotel devi per forza ingozzarti di brioche, muffin, pane con il burro di arachidi e la marmellata, frutta fresca, frutta secca, yogurt, succhi di tutti i tipi e così via. È una cosa che è proprio non so, un obbligo morale. E meno male che non mangio il salato). E poi andiamo a noleggiare la macchina e partiamo verso nord. L’obiettivo era andare dalle parti di Dingo Beach, ma il bivio non era praticamente segnalato quindi, quasi senza neanche accorgercene, andiamo dritti fino a Bowen, a circa 80 km a nord di Airlie Beach. E sono stata contentissima di averlo fatto, perché non lo sapevo, ma a Bowen c’è il BIG MANGO! Non avete idea di quanto sia stata entusiasta di questa fortuita scoperta!!

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In Australia di robe del genere ce ne sono a centinaia, magari ci farò un post ahah.

Ci abbiamo messo un po’ per capire di essere arrivati a Bowen, perché la cittadina era davvero deserta. Però c’erano un sacco di belle casette e ville spaziali, a ridosso del mare, e certe spiagge davvero meravigliose. Poi con la bassa marea, uno spettacolo proprio!

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Ci siamo spostati un po’ in qua e là con la macchina, e abbiamo fatto un picnic su un tavolino in cima a una roccia, dal quale si aveva una fantastica visuale della spiaggia di Rose Bay, una delle 8 spiagge che circondano la città. Era tutto molto tranquillo e ci hanno fatto compagnia i gabbiani (a cui parlavamo come se fossimo tutti amiconi). C’era una bella atmosfera di pace e serenità, è stato proprio bello!

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Rose Bay

A metà pomeriggio abbiamo ripreso la macchina per tornare indietro e, questa volta, prendere il bivio per Dingo Beach e Gloucester Beach. Ho autorizzato babbo a guidare: non proprio abituato a guidare a destra, e costantemente preso dai paesaggi intorno a noi, ci ha fatto passare una mezz’oretta un attimo impanicata! Infatti appena ho potuto ho ripreso il controllo del mezzo 🙂

A Dingo Beach siamo stati poco, ma ci è piaciuta molto. Anche lì è tutto pieno di casette carine, ma sembrava tutto deserto: che pace! Spiaggia lunghissima, infinita, e deserta: una meraviglia.

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Abbiamo concluso la nostra giornata con una visita veloce al Cape Gloucester Beach Resort. Mentre gli ospiti si godevano il loro aperitivo alle luci dorate del tramonto, noi abbiamo fatto una breve passeggiata su questa fantastica spiaggia. Mamma mia, che bellezza. Il mare di un blu intenso, il cielo arancione, la silhouette delle barche che si staglia all’orizzonte, una fila di alberi dietro di noi, e il miscuglio sommesso di musica e voci di chi si sta godendo la vita.

Ciao, rimango qui.

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Siamo tornati ad Airlie Beach e abbiamo cenato in un buonissimo ristorante italiano (grazie mamma e babbo per tutti questi ristoranti italiani in cui mi avete fatto mangiare! Ne avevo bisogno 🙂 ), dove mi sono gustata un risotto ai funghi che ciao proprio.

 


 

 Venerdì, la nostra escursione sul Big Fury!

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Dopo aver riportato la macchina, ci siamo diretti ad Abel Point Marina per incontrare lo staff del Big Fury. Si tratta di una barca/gommone dalla capacità di circa 40 persone. Ovviamente, gli stronzi a cui è rimasto il posto in fondo, dietro il timone, siamo stati noi e altre 8 persone, e parlare dell’acqua che ci siamo presi tutto il giorno è superfluo.. ma è stato divertente!

Anche se l’aspetto senza dubbio più esilarante è stata la nostra guida: un ragazzo abbronzatissimo, con le gambe più secche che abbia mai visto a un uomo, e una faccia che ricordava molto esplicitamente quella di Jim Carrey nel film The Mask. Faceva un sacco ridere, per le sue battute demenziali e le sue espressioni esagerate!

Come da programma, in tarda mattinata ci siamo fermati a fare snorkeling. The Mask ci ha spiegato tutto, dalle cose più ovvie, come l’uso della maschera, a quelle più importanti, come il divieto di non toccare o stare in piedi sulla barriera corallina, una creatura tanto meravigliosa quanto fragile.

Muta, maschera, boccaglio, e via! Io, con la mia Action Cam, le ho fatte un po’ di foto, ma il senso di pace, meraviglia e Bellezza che si prova là sotto è pressoché indescrivibile.

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Tornati tutti sulla barca, ci siamo spostati e, dopo una quarantina di minuti belli ventosi e bagnati, abbiamo raggiunto LA spiaggia, Whitehaven Beach, situata su Whitsunday island, l’isola più importante che dà il nome all’arcipelago.

Purtroppo sono una persona cinica e rompiballe, e non sopporto le cose più disparate. Non sopporto, ad esempio, quando si parla di un bel posto come di un paradiso. Ma che ne sai com’è fatto il paradiso? Bah. Il problema è che qui mi tocca fare quella che non si sopporta da sola, perché insomma, questo posto non sarà il paradiso, ma ci va di sicuro molto, molto vicino.

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Siamo in piscina, in realtà…

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L’escursione prevedeva il pranzo, perciò poco dopo il nostro arrivo ci siamo avventurati all’interno del bosco, dove c’erano dei tavoli di legno e un buffet. Un piccolo pitone se ne stava tranquillamente appisolato alle porte del bosco (lo racconto con tranquillità, sembra, ma non ero tranquilla un cazzo proprio, a essere fine), e una decina di super iguane-lucertole-boh giganti ci giravano intorno. Una situazione tranquilla, insomma.

Abbiamo passato un po’ di tempo lì, e poi tutti di nuovo a bordo per tornare alla base, a Airlie Beach. È stata una bella giornata, terminata in un buonissimo ristorante messicano e con tante stelle sopra la testa.

                                        

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A presto con la seconda puntata!

Paura? Naaa

Stamattina ho avuto un’interessante e illuminante conversazione con la mia coinquilina di Hong Kong*, Nancy:

 

A: senti, posso chiederti una cosa?

N: dimmi!

A: da quant’è che vivi in questa casa?

N: (ci pensa parecchio e fa strani versi)**

A: vabbè, un anno almeno no?

N: ah sì sì, più di un anno.

A: ah, ecco, e senti, so che è una domanda stupida, ma da quando sei qui, ci sono mai stati scarafaggi in casa?

N: scarafaggi? Sì sì, certo! (lo dice come se fosse da andarne orgogliosi, lo giuro)

A: ah..molto bene!

N: sì, sai, prima vivevamo al piano di sopra, e vabbè lì ce n’erano tanti, intendo centinaia, ovunque. Poi siamo venuti in questo appartamento e ce n’era qualcuno, allora Katherine (la padrona di casa, ndr) ha chiamato i signori (della disinfestazione, ndr) e ora ce ne sono pochi, qualche volta.

A: ah…pochi..meglio va.

N: sì, sì, meglio. (con una punta di incredulità) Ma perché, hai paura?

A: paura? Naaa, è solo sai, stanotte mi son sognata che avevo scarafaggi addosso e non è che sia una cosa piacevole.

N: ah beh, sì, certo (giusto per darmi il contentino, immagino)

A: non vorrei svegliarmi e trovarmene uno sulla faccia, tutto qua

N: eh..

A: ma tanto per lo più sono in cucina, no? (come se la cosa fosse una consolazione…)

N: sì, sì, infatti! Però sai ogni tanto da lì vengono in camera.

A: ….

N: da quando abito qua però pochi.

A: …

N: solo uno!

 

 

Nancy, apprezzo i tuoi tentativi di tranquillizzarmi, ma no, non ci siamo.

L’estate arriverà presto. E io dormirò nel sacco a pelo. Con le cerniere tutte chiuse.

Morirò asfissiata, ma gli scarafaggi in faccia no!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Ma possibile che non esista una parola in italiano per parafrasare “abitanti di Hong Kong? È davvero frustrante.

**Sì, la ragazza è un tantino strana, prima o poi racconterò, magari.

Stand-by

Dal Queensland, con i miei genitori! Mi sto facendo una super scorpacciata di loro e di paradiso (Whitsundays), raccontero’ tutto al mio ritorno, per quei 4 (o magari 3) gatti che leggono!

Un post palloso per le mie Mates *Brufy e Bonvi*

Com’è naturale che sia, mi girano in testa centinaia di pensieri. Pensavo di esser brava a mettere tutto su carta, e invece a volte questi pensieri non si riordinano e, soprattutto, non si lasciano proprio capire. Vorrei provare a spiegare, ad esempio, quanto sia importante avere delle figure di riferimento quando si va a vivere un periodo di vita all’estero, soprattutto se si è a testa in giù, dalla parte opposta del mondo rispetto alla tua comfort zone.

Gli amici, si sa, sono cose preziose sempre. Non c’è neanche bisogno di stare a supportare questa ovvietà. Ma, quando si lascia tutto e tutti per ripartire da capo, anche se solo per un certo periodo della propria vita, questi amici diventano fondamentali, diventano aria. Gli amici che sono rimasti a 16.000 km da noi non ci abbandonano (quasi) mai, ma è anche nella quotidiana che un’amicizia prende vita, e si mantiene in vita.

Dall’altra parte del mondo, poi, si ha paura di non trovare qualcuno di speciale, perché è difficile, perché qui la gente viene e va, perché è faticoso dover ricominciare tutto dall’inizio e a volte vorresti solo il tuo amico di sempre, nel posto di sempre, a fare le chiacchiere di sempre.

Per cui, quando questi amici si trovano, è bene tenerseli stretti. E, soprattutto, quando questi amici si trovano, è una cosa parecchio strana. In pochi mesi diventano davvero importanti, e in realtà basta solo qualche settimana ad aprirsi con loro, mostrare la vera persona che sei, non preoccuparti di niente, confidarsi, cercare un supporto, fare un po’ di tutto.

Perché con queste persone condividi la stessa esperienza; la stessa paura e lo stesso entusiasmo al contempo; la stessa solitudine e la stessa sensazione di sentirsi parte del mondo intero.

Per questo, è tutto più facile, con loro.

 

Io ci ho sempre creduto nell’amicizia ma, purtroppo, ho avuto tante, tante delusioni, per colpa mia e per colpa degli altri. Potessi tornare indietro, farei tante cose diverse, ma magari sarebbe tutto uguale. Sono una persona di cuore, e do molto agli altri. Forse troppo, e si spaventano. Non lo so mica.

In ogni caso, proprio per i miei problemi a crearmi amicizie degne del nome, sono ancora più grata a queste due persone che ho trovato qui, e che sono state quasi come sorelle in questi brevi ma lunghissimi 4 mesi e mezzo.

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Una è sempre in Australia, ma partita quasi un mese fa in cerca di nuove avventure. E l’altra è adesso sull’aereo, diretto in Italia, per ricominciare la sua vita a Milano. Adesso che sono lontane entrambe, che mi hanno lasciato sola in questa città, certo non muore nessuno e ci vedremo ancora, prima o poi; ma, intanto, un post va tutto a loro.

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Sono grata per quel giovedì che ho conosciuto Marti a Dee Why e ci siamo mangiate quel terribile fish&chips. Sono grata perché poi lei la sera dopo mi ha fatto conoscere Agnese, ai tavolini di Bondi a bere birra di nascosto. Sono grata per i due piccoli viaggi che ci siamo fatte insieme, sempre con francesi al seguito e con mille problemi e l’incidente e la pioggia e però tante, tantissime risate. Sono grata alle nostre passeggiate senza una destinazione precisa, al trascorrere interi venerdì sera a mangiare frozen yogurt a Manly, per gli amici brufoli e i capelli alla Nino d’Angelo. Sono grata ai tentativi di piroette sulla pista da pattinaggio, al cocktail terribile al primo bar del Pub CRAUL, alle nostre facce estasiate di fronte a un’Opera House illuminata di mille colori, ai lividi lasciati dalla tavola da surf. Sono grata a questo braccialetto che si sta scolorendo, ma resiste.

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Sono grata, soprattutto, al nostro prenderci in giro (o meglio, a me e Agnese che prendiamo in giro Martina), al battibeccare e al nostro adorare guardarci mentre battibecchiamo. Sono immensamente grata per tutte le foto indecenti e idiote che ci mandiamo, una con le carote in mano, l’altra con un tampax nel naso.

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Sono grata a Martina per l’impressione vincente che mi ha dato fin dal primo giorno, per tutte le nostre ore passate in biblioteca o a girellare per Dee Why o a fare colazione al nostro bar preferito. Per i risotti alla zucca e per le nottate passate a letto, biscotti coperta e Misfits. Sono grata perché non si è mai lamentata delle mie prese per il culo, perché è sempre stata buona con me, perché c’è sempre stata (tranne quando mi ha lasciato due ore e mezzo a Town Hall..e ancora non ha capito perché). Sono grata a Martina per aver sopportato le mie lezioni di inglese e di yoga, le mie riflessioni, i miei sfoghi e i miei pianti, affogati in chili di meat pies. Sono grata a Martina perché è stata la mia tutor, e poi io lo sono stata per lei.

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Sono grata ad Agnese per la miriade di cose che abbiamo fatto insieme, dalle passeggiate come turiste agli acquari, dai canguri a quel brutto posto che è lo Star Bar. Per aver condiviso con me la conoscenza di una persona odiosa e per continuare a parlarne con sdegno. Per tutte le volte da starbucks e tutte le camminate infinite e tutte, ogni singola fotografia, e sono tante; per le lacrimucce al re leone, per le gioie e i dolori durante le partite. Sono grata ad Agnese per il luna park, la camminata sull’Harbour Bridge, le torte smezzate, i libri prestati, gli autoscatti deficienti, i gatti del parco. Le sono grata, soprattutto e per sempre, per aver condiviso con me questa assurda ossessione per i supermercati all’estero.

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Non si mai dove ti porterà una certa strada che percorri. Da buona italiana snob, mi ero ripromessa di uscire il meno possibile con italiani. Poi ho incontrato loro, e ci siamo semplicemente trovate. Non uscirci più in nome di una stupida ideologia sarebbe stata una gran perdita. Perché in loro ho trovato due Amiche, senza alcun dietrologismo, senza alcuna invidia, senza alcuna malignità. Perché in loro ho trovato due colonne, alla quale appoggiarmi nei momenti stanchi e da abbracciare in quelli felici, come quando si abbracciano gli alberi perché si vuole bene al mondo. Estremamente diverse, con storie diverse, età diverse, obiettivi diversi, futuri diversi. Eppure unite, seppur con qualche difficoltà, ma sempre con una carota o un tampax come spada. O magari con una puntina da disegno. 

Esattamente come 3 moschettieri.

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Andrà bene o male, che importa, io ci sono!

In questi 135 (OMG) giorni di permanenza australiana ho avuto modo di conoscere parecchie persone, parlare, condividere, leggere blog, leggere commenti nelle pagine facebook di italiani in Australia..insomma, di storie ne ho sentite a decine, e decine, e decine.

Mi sto rendendo conto di tantissime cose, alle quali prima o poi riuscirò a dare un ordine nel mio cervello prima, tra queste pagine poi.

Ma due cose saltano inevitabilmente all’occhio:

Tante, tantissime persone hanno deciso di venire qui in Australia per motivi diversi dal mio. In realtà, con tutte le storie che ho sentito, neanche una parlava del sogno australiano, di sperare di poter toccare questa terra fin da quando si è bambini. Le persone vengono qua spinte da parecchi motivi diversi, ma tutti, originariamente, volevano semplicemente andare all’estero; l’Australia è stata solo una conseguenza, una scelta contingente, a volte quasi casuale, più che altro innescata dalla “fama” (non sempre veritiera) che questa nazione ha. Non mi sono mai, mai ritrovata di fronte a una persona che abbia avuto la mia stessa spinta a partire: <sogno questo posto da anni, da sempre, quasi ciecamente, senza nessuna ragione spiegabile, voglio solo andarci, voglio solo toccare questa terra, può essere bella o brutta, cara o economica, accogliente o selettiva, soddisfacente o deludente. Non importa. Io voglio andarci, e basta. Perché lo voglio da sempre, e per questo motivo non rimarrò MAI delusa, mi capitassero tutte le sventure possibili>.

No, non ho mai trovato nessuno che mi raccontasse tutto questo.

E, come conseguenza, mi rendo conto che forse preferisco la mia, di situazione. Preferisco aver avuto un obiettivo da subito, da sempre. Perché il sapore che ha la conquista di qualcosa che hai sempre voluto è impagabile, al di là di come andranno poi le cose. Il mio babbo mi dice sempre che ho la testa dura e che può anche cascare il mondo, ma se io voglio una cosa faccio di tutto, con tutti i mezzi, per averla. Beh, forse non è sempre un male, perché poi, quando quella cosa la ottieni, non è proprio la stessa cosa rispetto all’essersi accontentati.

Quanto è difficile sopravvivere in questo posto? Di storie, appunto, ne ho sentite tante. Lasciando stare l’esperienza come ragazza alla pari, che rimane, appunto, un’esperienza a sé stante, ci sono un sacco, ma un sacco di persone che lottano, ogni giorno, cercando lavoro, studiando l’inglese, cambiando prospettive e aspettative, adattandosi, facendo cose che mai avrebbero pensato di fare, pur di sopravvivere. Io mi chiedo se tutto ciò valga la pena, se davvero bisogna stare così male, in cerca di che cosa, poi? Tanti si lamentano dell’Australia, che è così severa, selettiva, però rimangono, perché sanno che là fuori non si trovano situazioni tanto migliori.

La cosa che mi passa sempre per la mente, quando leggo/sento tutte queste storie, è però solo una: quanta fortuna che ho. Sono riuscita a trovare un lavoro più che decente solo dopo un mese che ero qui. Un lavoro che mi sta dando la possibilità di imparare centinaia di cose a settimana. Un lavoro che mi permette di perfezionare il mio inglese e di cavarmela in situazioni diverse. Un lavoro pertinente a quello che ho studiato e che mi può aprire possibilità per il futuro. Un lavoro che, e mi stupisco ancora di quanto sia incredibile, potrebbe, se io lo volessi, regalarmi uno sponsor nel mio primo anno di WHV. Soprattutto, un lavoro che mi permette di vivere dignitosamente, pur essendo solo part-time. Parliamone. Non capita quasi mai, e so di essere stata molto, molto fortunata. So che potrei potenzialmente essere l’invidia di tutte quelle persone che spendono tanti soldi in college pur di rimanere qui con un visto studente, e intanto lavorano il più possibile, un po’ in regola, un po’ in nero, e non fanno altro che studiare e lavorare e non hanno il tempo di godersi il posto meraviglioso in cui vivono.

So di essere stata incredibilmente, sfacciatamente fortunata e, anche se poi le cose andranno male, se non li soddisferò e non otterrò lo sponsor o cose del genere, questa fortuna comunque ce l’ho avuta.

Ma so anche che non è stata solo fortuna. So che tutto questo è il frutto di tutto, TUTTO quello che ho fatto negli ultimi 6 anni di vita. È frutto dell’inglese studiato all’università, che non è (ancora) perfetto, ma sicuramente di gran lunga superiore alla media. È frutto di tutte le ore trascorse a leggere in inglese, guardare film in inglese, compilare glossari su glossari come una matta, studiare su libri di grammatica come una novellina, non perdere mai la curiosità per questa lingua. È frutto di ogni singola materia studiata all’università, di ogni bel voto che ho preso. È frutto delle stagioni come animatrice, che mi hanno insegnato come comportarmi con le persone, come rivolgermi a personalità e caratteri diversi, come amare quella sensazione che si prova nel far star bene gli altri senza pretese. È frutto di ogni singolo colloquio andato male, che mi ha aiutato, poco alla volta, a correggere ogni piccolo errore. È frutto di tutto quello che sono diventata.

Chi non è d’accordo sul fatto che ogni cosa, ogni esperienza nella vita può aiutarti a crescere e migliorare? Beh, io non ne sono mai stata del tutto convinta. Insicura e rompipalle come sono, ho sempre avuto la sottile paura che tutto ciò che stessi facendo non mi sarebbe in realtà servito a niente e io sarei rimasta la stessa, mediocre persona di sempre.

Ora, per la prima volta, mi rendo conto che hanno sempre avuto ragione tutti: ogni minima cosa che si fa aiuta. È un movimento impercettibile, millimetrico, ma si nota nella lunga distanza. Io ci sono giunta ora, alla lunga distanza, e guardo tutto con meraviglia. E non si tratta di aver ottenuto qualcosa dopo una dura lotta, come piace dire a molti. No, è solo la semplice constatazione che allora tutto il passato ha davvero delle ricadute sul presente e sul futuro. Sembra banale, lo so, ma io inizio a crederci davvero solo ora.

E sono contenta. Sono contenta, e tiro un bel respiro di sollievo, perché allora non ho sprecato nulla, perché allora posso ancora trovare del buono in ogni cosa che ho fatto.

E sono elettrizzata al pensiero di tutte quelle cose che devo ancora vivere, e di quanti miglioramenti posso ancora fare.

Finalmente la mia autostima passa da 0 a 1, piccoli passi.

Australia Studycare

La ritardataria che è in me, all’inizio, sembra essersi volatilizzata. Perché mi sveglio alle 07.15, e il lavoro inizia alle 10.00. Ho un sacco di tempo, si possono fare un sacco di cose!

Ecco che, colazione veloce e costume addosso, prendo l’ascensore e volo al piano -1, dove la piscina, tiepida, un po’ buia, completamente vuota, mi aspetta. Ci siamo solo io, l’acqua e i miei muscoli brucianti già dopo qualche vasca.

Probabilmente la piscina piace alla ritardataria che è in me, perché sì, è successo.

Mi sono alzata alle 07.15.

Sono uscita di casa alle 09.56.

Ecco, arrivare in ritardo il primo giorno del tuo primo (vero) lavoro in Australia è esattamente una di quelle cose da non fare. Esattamente.

Ma alla fine ho corso come non mai e, nonostante i semafori Sydneysiders che proprio ti succhiano via l’anima e pure Gandhi si innervosirebbe un attimo, in 7 minuti ero lì.

Non male.

Allora, questo lavoro.

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Australia Studycare è un’agenzia di consulenza in ambito educativo, con sede a Sydney e attiva da 16 anni. Qualsiasi persona da qualsiasi parte del mondo che abbia intenzione di venire a studiare in Australia può rivolgersi all’agenzia, chiedere consulenza, supporto e aiuto pratico, in ogni cosa, dal visto all’iscrizione al corso, dall’apertura del conto bancario a questioni riguardanti l’immigrazione.

Il tutto, gratuitamente.

Di agenzie così ne esistono molte, in Australia come credo in altre parte del mondo, e devo dire che sono molto utili. Non so come sia altrove, ma in Australia il sistema di visti e company mi ricorda in modo inquietante gli auricolari che uso di solito: sempre e comunque paurosamente ingarbugliati. Perciò, per una persona che vuole fare un passo così grande non fa certo male avere un aiuto dall’esperto di turno. A maggior ragione se non si sborsa un dollaro.

Ecco, Australia Studycare lavora da tanti anni con clienti che vengono un po’ da tutto il mondo. Il database conta un certo numero di studenti provenienti dall’Italia, anche, ma l’agenzia non aveva mai avuto un vero e proprio consulente e rappresentante per il mercato italiano.

Fino a ieri.

E quindi eccomi, insomma.

Io credo che sia un lavoro molto interessante e stimolante per me. Al di là delle mille traduzioni che ci saranno da fare, sono contenta di avere l’opportunità di imparare tante cose riguardo visti, scuole e quant’altro. È un’ottima occasione per prendere ancora più confidenza con questa terra che ho tanto sognato e che mi sta ospitando. In più l’ufficio è costituito da un grande open space pieno di scrivanie, sempre pieno di gente e di 4, 5, 6 lingue diverse parlate nello stesso momento. Insomma, è un ambiente stimolante, mi sembra. Per ora sto lavorando part time e non faccio altro che piccole traduzioni e soprattutto studiare, studiare, studiare. Per cercare di districare, almeno nella mia testa, quei dannatissimi auricolari. E poi vedremo.

Il fatto è che mi sto abbastanza calando nella parte e mi piace l’idea di poter fare da consulente alle persone che potrebbero averne bisogno. È incredibile pensare a quante cose io stia imparando, non solo per il lavoro ma anche perché ormai abito qua da 4 mesi, che vabbè, non sono una vita, ma sono stata e continuo ad essere abbastanza ricettiva. Perciò, helping people, let’s go with it!

Settling down

E insomma, eccoci qua.

È tutto molto divertente, mi sembra davvero di aver ricominciato tutto da capo. E sono contenta.

Stamattina mi sono svegliata prestissimo perché evidentemente non avevo sonno, ma poi sono stata a letto a rigirarmi fino alle 09.30. Mi sono alzata e mi sono preparata, con una lentezza unica per aspettare le 11. Le valigie sono ancora da sfare, ma ci penseremo poi.

Alle 11 esco e incontro Agnese: colazione veloce da Starbucks e poi verso i Botanic Gardens e il National Museum of NSW. Era da tanto che volevamo andare e finalmente abbiamo trovato un momento! Il museo, oltre a essere gratuito (ricordiamoci, infatti, che non sono più ragazza alla pari, ma sono comunque povera), è molto grande e bello, con opere d’arte antiche e moderne, di autori australiani ed europei.
Abbiamo fatto un bel giro e poi siamo andate a Westfield per mangiare, lei messicano, io un’insalatona gigante e piena di tante cose bbbbuone.

Dopo pranzo ci siamo lentamente dirette verso Kmart, dove ho comprato le ultime cose e dove ci siamo provate tanti vestiti, dopo una vita!! Anche se poi non abbiamo comprato (quasi) niente.

Siamo tornate indietro, ho lasciato gli acquisti a casa e poi finalmente Coles! La mia prima spesa vera dopo mesi! Che felicità!! Mi sono fatta una super spesona che spero duri un po’! Come sono contentaaaa J

Poi è finalmente arrivato il momento di sfare le valigie e sistemare tutto, e ho trovato una sistemazione soddisfacente per tutto e la cosa mi rende molto soddisfatta. Ma come ci vuole poco, eh? Intanto ho conversato un po’ con le mie compagne di stanza (e quella che doveva essere colombiana in realtà è spagnola (la padrona di casa si è un attimo sbagliata), e sembrano molto più amichevoli rispetto a ieri. Molto bene.

Adesso mi sa che mi metto a letto a cazzeggiare un po’. E fra 12 ore…si inizia il nuovo lavoro!

Bei momenti.

 

Ai pochi miei assidui e fedeli seguaci (che però non commentano mai, pfff) annuncio che da domani le cose cambiano anche per questo blog. Magari per la grafica ci vorrà qualche giorno. Ma, innanzitutto, il cambiamento più grande sarà che non scriverò più tutti i giorni. Magari i primi giorni sì, perché tutto sarà una novità, ma poi le mie giornate diventeranno ancora più monotone di quanto già non lo siano, e non avrebbe senso. Però compariranno altri contenuti spero interessanti, e soprattutto spero di mantenere una certa costanza!